Magdi Cristiano Allam è deputato al parlamento europeo nel gruppo del Partito Popolare Europeo.


Per visualizzare cliccare sull'immagine


Elenco coordinatori


Votazioni marzo 2010

 Il 28 e il 29 marzo 2010 si voterà in 13 Regioni, 11 Province e in 1025 Comuni. Ecco nel dettaglio dove si voterà.

DOVE SI VOTA

Le leggi elettorali

Regole votazioni comunali

Regole votazioni regionali

Vademecum Comunali

Memo Elezioni amministrative


Galleria Fotografica

 

Foto del Primo Congresso Nazionale: Luca Rajna 


Siti Regionali

 


ARCHIVIO

Articoli

Filmati

Immagini

Centro Riforma Etica

Il movimento “Io amo l’Italia” dà vita a un “Centro per la riforma etica delle istituzioni”. Il Centro si articola in Commissioni tematiche che s’ispirano alla specificità della considerazione della sacralità della vita come la fede comune all’insieme dell’umanità, della dignità della persona come il fondamento della costruzione sociale e della libertà di scelta come il pilastro della civiltà.

Alle Commissioni possono aderire tutti gli aderenti al movimento in grado e interessati a dare un contributo umano e professionale all’approfondimento scientifico e all’individuazione di soluzioni etiche e responsabili all’insieme delle tematiche su cui si fondano la nostra vita personale e collettiva in Italia, in Europa e nel mondo.
L’attività del “Centro per la riforma etica delle istituzioni” si svolge sulla base di un regolamento definito da uno Statuto che verrà reso noto e sottoposto all’approvazione del prossimo Congresso straordinario di “Io amo l’Italia” .
Il “Centro per la riforma etica delle istituzioni” è costituita come Associazione culturale senza scopo di lucro Onlus, aperto a tutti coloro che nutrono interesse per una visione della vita che metta al centro i valori e le regole. Il Centro attiverà dei seminari in varie parti d’Italia ed avvierà un Master sulla “Riforma Etica delle Istituzioni” a livello post universitario.
Il “Centro per la riforma etica delle istituzioni” fa capo a un coordinatore generale che assume la denominazione di Commissario generale indicato dal presidente del movimento “Io amo l’Italia” con la successiva approvazione da parte del Congresso del movimento. Valentina Colombo, docente di Geopolitica del mondo islamico presso l'Università europea di Roma e membro fondatore del movimento, è stata prescelta per questo prestigioso incarico. Ciascuna delle Commissioni fa capo a un coordinatore, che assume la denominazione di Commissario, designato dal presidente del movimento d’intesa con il coordinatore generale, sottoposti all’approvazione da parte del Congresso del movimento.

ELENCO DELLE COMMISSIONI DEL “CENTRO PER LA RIFORMA ETICA DELLA CULTURA POLITICA”

1. Commissione per la promozione e la salvaguardia del bene inalienabile della vita (La cultura della sacralità della vita, Natalità, Persona, Persone diversamente abili, Famiglia, Salute, Alimentazione)

Alcune considerazioni sugli orientamenti di fondo di questa Commissione:
- Promuovere la cultura della inalienabilità del bene della vita quale fondamento della nostra umanità e della comune civiltà dell’uomo, che non può essere relativizzata e subordinata a qualsivoglia specificità religiosa, ideologica, culturale, politica ed economica.
- Affermare e diffondere la consapevolezza che questa nostra Europa è votata al suicidio demografico e della propria civiltà, per il venir meno della certezza nella sacralità della vita, nella centralità della famiglia naturale e nella promozione della natalità. Per contro dobbiamo affermare e diffondere che il sostegno alla sacralità della vita, alla famiglia naturale e alla natalità costituiscono oggi un’emergenza nazionale italiana e comunitaria europea.
- Considerare l’aborto, l’eutanasia, l’eugenetica, la manipolazione degli embrioni e il traffico degli organi umani alla stregua del degrado etico assoluto che, violando il valore dell’inalienabilità del bene della vita, mette a repentaglio la nostra umanità e la nostra civiltà.
- Affermare che l’inalienabilità del bene della vita, la dignità della persona e la libertà di scelta sono valori assoluti e universali non negoziabili in quanto sostanziano l’essenza della nostra comune umanità.
- Affermare che il rispetto della dignità della persona è il fondamento della civile convivenza.
- Tutelare la donna da qualsiasi forma di discriminazione e violenza sia in seno alla famiglia sia in seno alla società.
- Affermare, difendere e favorire la famiglia naturale eterosessuale, formata da un uomo e da una donna che si amano e che sono in grado di perpetuare la vita umana generando dei figli.
- Sostenere la centralità della famiglia naturale mettendo i giovani nella condizione di potersi sposare e disporre di un proprio alloggio mantenendosi autonomamente con un lavoro dignitoso.
- Favorire l’adozione di una legge che riconosca il salario alle madri casalinghe, come diritto fondato sulla certezza del suo valore economico nella realizzazione del benessere della collettività, sulla sua validità etica a tutela della dignità della madre che sceglie di dedicarsi alla famiglia e ai figli, sulla sua utilità sociale quale fattore di sostegno alla famiglia naturale e incentivante della crescita della natalità.
- Favorire la crescita della natalità prevedendo sia degli sgravi fiscali sia degli aiuti diretti alle famiglie in proporzione al numero dei figli, in modo da evidenziare che la società considera in modo assolutamente positivo e vuole favorire la crescita della natalità.
- Promuovere la cultura della valorizzazione e del rispetto degli anziani, quali emblema della centralità della famiglia naturale e dello spirito della solidarietà sociale.
- Assicurare il diritto alla salute per tutti nelle strutture ospedaliere pubbliche e nelle strutture private convenzionate, accrescendone l’efficienza medica, migliorandone l’accoglienza umana e ponendo fine ai fenomeni degenerativi che si traducono in un danno alla salute pubblica e in uno spreco di risorse materiali della collettività.
- Insegnare sin dalla scuola una cultura dell’alimentazione che corrisponda al benessere della persona e non sfoci nelle malattie da iperalimentazione che affliggono l’Occidente; che valorizzi le risorse alimentari e la cucina del territorio garanzia di freschezza e di economicità; che punti al risparmio economico e debelli lo spreco di alimenti in un mondo in cui decine di milioni di persone del Terzo mondo muoiono annualmente di fame e di malattie dovute alla miseria.

2. Commissione per la Convivenza civile fondata su valori e regole (Identità nazionale, Cittadinanza, Integrazione)
Alcune considerazioni sugli orientamenti di fondo di questa Commissione:
- Definire e realizzare un nuovo contesto di convivenza civile in Italia e in Europa tra gli autoctoni e gli immigrati, fondato sulla certezza dei valori che sostanziano l’identità nazionale e delle regole che sottostanno alla cittadinanza, al cui interno si colloca un percorso di integrazione vincolante per chi sceglie liberamente di condividere lo stesso spazio fisico e spirituale per migliorare le proprie condizioni esistenziali.
- Prendere atto che in Europa si sta effettivamente diffondendo un atteggiamento discriminatorio, andando quindi al rischio dell’esplosione del razzismo, non perché vengono negati i diritti e le libertà ma, all’opposto, perché ci si limita a elargire a piene mani diritti e libertà senza chiedere in cambio l’ottemperanza dei doveri e il rispetto delle regole.
- Prendere atto che la cultura dei soli diritti e delle sole libertà, sfociata nell’ideologia del multiculturalismo sul piano della gestione sociale, si è risolta in un fallimento del modello socio-culturale, nella creazione e nella diffusione dei ghetti fisici che smembrano l’integrità territoriale, nella conflittualità sociale per il venire meno di un comune collante valoriale, identitario e di regole.
- Affermare e diffondere la cultura dei diritti e dei doveri, delle libertà e delle regole, come unica garanzia per il conseguimento del bene comune e dell’interesse generale.
- Assicurare che tutti, senza alcuna discriminazione, possano sia godere dell’esercizio dei diritti sia ottemperare ai doveri prescritti dallo stato di diritto, così come tutti devono essere tenuti al rispetto e alla condivisione dei valori non negoziabili che sostanziano l’essenza della nostra umanità e che appartengono alla civiltà europea.
- Garantire il rispetto di una piattaforma di valori condivisi e regole certe che siano effettivamente tali per tutti, in modo che il bene comune e l’interesse generale corrispondano a un patrimonio collettivo, senza alcuna eccezione nel nome di qualsivoglia specificità religiosa, ideologica e culturale.

3. Commissione per l’Educazione olistica che coniuga conoscenza, valori e opere (Istruzione, Formazione tecnica e professionale, Ricerca scientifica)
Alcune considerazioni sugli orientamenti di fondo di questa Commissione:
- Investire nella promozione della concezione olistica dell’Educazione, che coniuga in modo armonioso la dimensione della conoscenza, con quella dei valori e delle opere, in modo da favorire la formazione di una personalità consapevole, solida e costruttiva.
- Considerare che l’investimento nell’educazione olistica è una priorità nazionale per superare l’emergenza educativa, mettendo al centro la dignità e la libertà della persona, definendo un percorso d’istruzione che trasmetta sia la conoscenza scientifica sia i valori che danno un senso pieno alla nostra vita corrispondenti al bene comune sia infine la capacità di corrispondere alla costruzione sociale che definisce l’interesse generale.
- Affermare una cultura che ispiri la certezza dei nostri valori e della nostra identità, riconoscendo la verità storica delle radici giudaico-cristiane che hanno consentito all’Europa di essere la culla della democrazia, dei diritti fondamentali dell’uomo e della libertà.
- Ripristinare una cultura che accrediti la presenza di una “autorità morale” coincidente con i rappresentanti delle istituzioni che ci accompagnano sin dalla nascita, dai genitori agli insegnanti, dai funzionari pubblici agli esponenti religiosi, dai giornalisti ai politici.
- Colmare con una politica culturale e formativa congrua lo smarrimento etico e il disagio giovanile che sfociano in comportamenti devianti e violenti.
- Valorizzare la formazione professionale e l’istruzione tecnica come strumenti educativi fondamentali per riconciliare i giovani con il mondo reale e con la realtà occupazionale e produttiva.
- Investire nella ricerca scientifica e incentivare il coinvolgimento dei nostri giovani e degli scienziati nello sviluppo tecnologico e scientifico.
- Creare un raccordo organico e costruttivo tra l’insieme del percorso scolastico con la società e il mondo del lavoro.
- Assicurare il rispetto della regola della meritocrazia nella determinazione delle carriere universitarie, ponendo fine alla piaga del nepotismo, dell’inefficienza amministrativa e dell’assurda proliferazione delle sedi accademiche e dei corsi universitari.

4. Commissione per la Tutela e la valorizzazione dell’ambiente (Gestione dell’acqua, Ambiente, Recupero dei rifiuti urbani, Urbanistica, Edilizia, Infrastrutture, Energia, Trasporti)

Alcune considerazioni sugli orientamenti di fondo di questa Commissione:
- Favorire un modello urbanistico ed abitativo che salvaguardi la dignità della persona, si integri in modo armonioso con la natura, corrisponda alla naturale vocazione dell’Italia ad essere la principale meta del turismo mondiale.
- Affermare il diritto dei cittadini all’acqua potabile nelle singole abitazioni, abbattendo i costi sempre più elevati dell’acquisto di acque imbottigliate e eliminando alla radice il problema sempre più serio dell’inquinamento prodotto dalla dispersione della plastica.
- Favorire un sistema di autosufficienza energetica delle singole abitazioni tramite la diffusione di tecnologie avanzate ed economiche per la produzione dell’energia per l’acqua calda, il riscaldamento e l’illuminazione domestica.
- Optare per le fonti energetiche pulite e rinnovabili, affrancandoci dalla schiavitù degli idrocarburi che l’Italia è costretta a importare da Paesi retti da regimi autocratici, come la Libia e la Russia, pagando un caro prezzo anche in termini di offesa alla propria dignità nazionale e di violazione della nostra indipendenza politica.
- Trasformare i rifiuti urbani in una risorsa energetica e in materiali da riciclare per la produzione di beni utili, da corrispondere ai cittadini che collaborano nella raccolta differenziata dei rifiuti.
- Investire in un sistema nazionale e comunitario europeo di trasporti che riduca drasticamente l’inquinamento atmosferico e acustico, salvaguardi la salute delle persone, ottimizzi l’uso delle fonti energetiche, abbatta i costi per la collettività.

5. Commissione per la Promozione dell’Economia sociale di mercato (Centralità delle micro, piccole e medie imprese, Finanza etica, Turismo, Artigianato, Agricoltura, Zootecnia, Pesca)
Alcune considerazioni sugli orientamenti di fondo di questa Commissione:
- Assumere la consapevolezza del sostanziale fallimento del modello capitalista di sviluppo economico noto come liberismo, che immaginava che il semplice equilibrio tra la domanda e l’offerta assicurasse la salvaguardia e la crescita del mercato. Il fatto che a partire dagli Stati Uniti, i governi occidentali siano diventati proprietari e soci di banche e imprese per impedirne il tracollo, intervenendo con il denaro pubblico, evidenzia la fine del mito ideologico del liberismo e l’imperativo di porre fine ad una situazione anomala che si fonda sulla privatizzazione degli utili e la socializzazione delle perdite.
- Prendere atto che la dottrina sociale della Chiesa e la prospettiva di un nuovo modello di sviluppo economico che s’ispira all’economia sociale di mercato è di straordinaria attualità, dal momento che è evidente che solo individuando dei parametri qualitativamente diversi che mettano al centro la persona e perseguano il bene comune potrà essere garantito l’interesse dell’impresa del medio e lungo termine.
- Definire gli ambiti lavorativi che, valorizzando le risorse naturali dell’Italia e le peculiarità legate all’ingegno degli italiani, risultino ottimali per una crescita sana della persona e dell’insieme della società.
- Investire nel turismo, che è la risorsa imprenditoriale naturale, pulita, rinnovabile e di maggior rilievo di cui dispone l’Italia, affinché diventi il principale volano dell’economia nazionale dal momento che siamo il più bel Paese al mondo.
- Coinvolgere l’insieme dei comparti imprenditoriali partecipi dell’industria del turismo, dalle compagnie aeree alle catene alberghiere, dai tour operators ai ristoratori, nella promozione del flusso dei turisti stranieri ed italiani.
- Valorizzare con nuove risorse umane e finanziarie l’inestimabile patrimonio artistico, monumentale, archeologico, ambientale e termale.
- Favorire la crescita dell’attività culturale nell’ambito museale, musicale, teatrale, cinematografico, galleristico, convegnistico e letterario.
- Coltivare la cultura dell’amore per il prossimo e dell’ospitalità degli italiani, che costituisce il valore aggiunto che rende l’Italia più attraente rispetto ad altri Paesi.
- Favorire il consolidamento della piccola e media impresa che costituiscono il fulcro della produzione economica nazionale, con una adeguata politica di snellimento burocratico, agevolazione nell’accesso al credito, riduzione delle imposte.
- Investire nella crescita dell’attività agricola ed ittica nonché dei comparti industriali ad essi collegati.
- Rilanciare l’industria tessile che rappresenta una tradizione che ha reso famosa la moda italiana nel mondo.
- Assicurare un sistema finanziario che favorisca la crescita del lavoro etico e produttivo.

6. Commissione per l’Amministrazione del bene comune e dell’interesse generale (Giustizia, Pubblica amministrazione, Riforma della Costituzione, Cultura della democrazia sostanziale, Riforma del sistema elettorale)
Alcune considerazioni sugli orientamenti di fondo di questa Commissione:
- Definire una revisione della Costituzione italiana che sia congrua con la nuova epoca storica e valorizzi la specificità dell’Italia contemporanea che è parte integrante dell’Unione Europea ed è inserita nel mondo della globalizzazione, in un contesto che è complessivamente differente da quello del 1948.
- Definire le basi e le regole di un sistema democratico e di un sistema elettorale che assicurino un’autentica rappresentanza popolare nella gestione del potere, fondata sul rapporto fiduciario tra l’elettore e l’eletto; l’alternanza pacifica e civile al potere tra forze politiche che si considerano vicendevolmente pienamente legittime; la governabilità del Paese con un esecutivo forte e stabile; una unica Camera legislativa capace di legiferare in tempi rapidi e in modo efficiente; l’autonomia della magistrati dalla politica nel senso che i giudici non possono in alcun modo essere emanazione della politica né fare politica anche se nelle mentite spoglie degli organismi rappresentativi interni.
- Procedere alla riforma della Giustizia per porre fine alla stagnazione dell’attività dei tribunali e alla cronica mancanza di fondi per fronteggiare una grave e pericolosa emergenza.
- Riordinare su basi nuove la pubblica amministrazione in modo che sia in grado di garantire il bene comune e l’interesse generale. Procedere a una riforma radicale della burocrazia abbattendo la giungla delle leggi e delle norme costose e dannose. Eliminare tutti gli enti inutili dello Stato e delle amministrazioni locali. Riconsiderare la realtà delle Province favorendo l’accorpamento delle sue funzioni in seno alle Regioni e ai Comuni.

7. Commissione per l’Informazione corretta e responsabile (Una legge che sancisca il diritto-dovere all’informazione corretta e responsabile, Sistema dell’Informazione, Industria dei mass media, Ordine dei giornalisti, Editoria)
Alcune considerazioni sugli orientamenti di fondo di questa Commissione:
- Definire un codice di deontologia professionale che vincoli i giornalisti a informare correttamente, rappresentando in modo veritiero la realtà oggettiva e a favorire il conseguimento del bene comune e dell’interesse generale.
- Diffondere l’informazione corretta e responsabile quale veicolo di crescita di una cultura della vita e della costruttiva partecipazione sociale.
- Denunciare e sollecitare delle sanzioni esemplari nei confronti dei mass media che diffondono menzogne, mistificano deliberatamente la realtà, offendono la dignità della persona, inculcano un’ideologia di violenza e di morte.
- Educare gli studenti a leggere i giornali e i libri, a dialogare e a confrontarsi sui contenuti dell’attualità e dell’approfondimento nei temi diversi, anche per favorire il mercato della stampa e dell’editoria che vede l’Italia agli ultimi posti in Europa.

8. Commissione per il Volontariato, il Tempo libero e lo Sport come percorso educativo (Volontariato, Sport, Attività ricreative)
Alcune considerazioni sugli orientamenti di fondo di questa Commissione:
- Valorizzare l’attività del volontariato come parte integrante dell’educazione etica e come motore della partecipazione dell’insieme della società nella costruzione della cultura della solidarietà.
- Introdurre il volontariato nella formazione scolastica.
- Incentivare la partecipazione dei cittadini nel volontariato come parte integrante della formazione della cultura della cittadinanza.
- Considerare l’impegno nel volontariato come tappa vincolante per l’immigrato che aspira a risiedere permanentemente in Italia o ambisce ad acquisire la cittadinanza italiana.
- Programmare una politica di gestione del tempo libero per i giovani nel dopo scuola, che risulti congrua con una educazione etica e responsabile.
- Rielaborare la gestione del tempo libero per gli adulti e gli anziani in modo che corrisponda ad una attività benefica per la salute e socialmente utile.
- Favorire l’attività sportiva dei cittadini per uno sviluppo sano del corpo e della mente.
- Promuovere una nuova cultura sportiva che faccia perno sulla partecipazione attiva dei cittadini, che valorizzi l’impegno profuso degli sportivi, che ponga fine alle ideologie di odio e di violenza diffuse tra i tifosi.
- Promuovere delle iniziative sportive che consolidino lo spirito di fraternità tra i cittadini in Italia e tra i popoli nel mondo.

9. Commissione per la Sicurezza e Difesa nazionale a tutela della legalità e della sovranità (Sicurezza interna, Difesa nazionale, Alleanze internazionali)
Alcune considerazioni sugli orientamenti di fondo di questa Commissione:
- Investire nella Sicurezza e nella Difesa nazionale considerandoli strumento fondamentale nella tutela della dignità e della libertà dei cittadini e dello Stato.
- Unificare gli apparati dello Stato che svolgono la medesima funzione di prevenzione e repressione della criminalità e del terrorismo.
- Porre fine alla politica fin qui perseguita della sostanziale tolleranza nei confronti della criminalità organizzata, dalla mafia alla camorra, e di altri fenomeni eversivi quali i centri sociali che usano la violenza contro i cittadini e le forze dell’ordine, predicando l’odio nei confronti dello Stato.
- Prendere atto che la vera arma del terrorismo islamico è il lavaggio di cervello che trasforma le persone in robot della morte e che si fonda sull’attività delle moschee in cui si predica l’odio, si inneggia alla guerra santa, si inculca la fede nel cosiddetto martirio islamico, si arruola nei gruppi terroristi.
- Promuovere una strategia globale della sicurezza che porti alla bonifica delle moschee colluse con il terrorismo islamico e che assicuri che l’insieme delle moschee siano delle case di vetro, dove si deve parlare la lingua nazionale, si devono diffondere dei valori condivisi dalla società autoctona e ci si deve sentire parte integrante di una spiritualità che mira alla costruzione di un futuro migliore per l’insieme del Paese.
- Valorizzare l’appartenenza dell’Italia all’Unione Europea e alla Nato per consolidare il sistema di sicurezza e di difesa internazionale dalla guerra scatenata dal terrorismo e dall’estremismo islamico anche all’interno del territorio nazionale italiano e comunitario europeo.
- Porre fine alla deriva etica che ha portato l’insieme dell’Occidente, a partire dagli Stati Uniti, a commettere l’errore fatale di affidarsi ai terroristi taglia-lingua islamici per sfuggire alla minaccia dei terroristi taglia-gola islamici. Ciò che sta portando alla crescente sottomissione dell’Occidente agli estremisti islamici fino a legittimare la sharia, la legge islamica, all’interno dello stesso Occidente.

10. Commissione per l’Europa dei liberi e forti (Riforma etica della cultura europea, Formazione dell’identità europea sulla base delle radici giudaico-cristiane, Nuovo modello di sviluppo economico, Nuovo modello di convivenza civile, Riforma delle istituzioni dell’Unione Europea)
Alcune considerazioni sugli orientamenti di fondo di questa Commissione:
- Prendere coscienza e diffondere la verità storica della formazione dell’identità europea, a partire dal settimo secolo, in contrapposizione all’invasione, all’aggressività e all’arbitrio degli eserciti islamici che sottomettendo al loro potere con la forza bruta la sponda meridionale e orientale del Mediterraneo, posero fine all’unità dell’Impero romano cristiano che abbracciava l’insieme del Mediterraneo.
- Prendere coscienza e diffondere la verità storica delle radici giudaico-cristiane della civiltà europea che ha saputo accogliere e armonizzare l’eredità del pensiero greco e romano, sviluppando un contesto dove la laicità, la scienza, lo stato di diritto, la solidarietà sociale e il liberalismo hanno potuto affermarsi talvolta anche a dispetto dell’opposizione della Chiesa.
- Prendere atto che il fallimento in atto del modello di sviluppo economico e del modello di convivenza sociale in Europa avviene in un contesto dove prevalgono il nichilismo, il relativismo, il laicismo, l’islamicamente corretto, il buonismo, il soggettivismo giuridico e il multiculturalismo, ed è la diretta conseguenza della perdita dei valori, del tradimento dell’identità e della violazione delle regole che s’ispirano alla fede, alla cultura e alla tradizione cristiana.
- Promuovere un sistema di valori e un’identità che coniugando armoniosamente verità e libertà, fede e ragione, valori e regole possa riscattare l’Europa dalla deriva etica ed affermare un’Europa cristiana libera, intesa come un contesto di civiltà dove la dignità e la libertà della persona, il bene comune e l’interesse generale siano effettivamente un patrimonio collettivo, indipendentemente dalla fede, dalla cultura e dall’etnia d’origine di tutti i cittadini e di coloro che scelgono volontariamente di condividere lo stesso spazio fisico per migliorare le proprie condizioni di vita.
- Considerare che oggi la priorità è riattribuire all’Europa un’anima che rifletta la verità storica delle proprie radici giudaico-cristiane, che indichi chiaramente agli stessi europei che l’Europa ha dei valori, un’identità, delle regole e una civiltà, ponendo fine alla deriva etica che induce l’Europa stessa a percepirsi come una landa deserta e una terra di nessuno, illudendosi che ciò favorirebbe il dialogo e la convivenza, finendo invece per essere percepita come una landa di perversione etica e una terra di conquista.
- Prendere atto che l’Europa è già una terra di conquista e si è già trasformata in una roccaforte dell’estremismo e del terrorismo islamico, al punto da essere diventata una “fabbrica di terroristi islamici suicidi” anche con cittadinanza europea, che hanno già compiuto delle stragi facendosi esplodere fuori ed anche all’interno stesso dell’Europa.
- Partendo dalla consapevolezza che gli estremisti e i terroristi islamici hanno di fatto dichiarato guerra all’Europa e all’Occidente cristiano e che tale guerra è ormai in corso all’interno stesso dell’Europa e dell’Occidente, l’Europa assume il diritto e il dovere di difendersi per salvaguardare la propria nazione e la propria civiltà.
- Assumendo un’anima che si ispira alle proprie radici cristiane, promuovere in Europa la consapevolezza di un’identità che ne definisce la portata e i confini. Alla luce di questa verità storica e nella consapevolezza delle deleterie conseguenze della deriva etica in cui è sprofondata, noi dichiariamo che la Turchia non può essere considerata parte dell’Unione Europea, non appartenendo per il 97% al territorio geografico dell’Europa ed essendo diventata una società sempre più islamizzata nell’ultimo decennio, dove vengono violati i diritti fondamentali dell’uomo a partire dalla libertà religiosa dei cristiani.
- Favorire una cultura dell’accoglienza, del rispetto e della convivenza pacifica e costruttiva con tutte le persone di buona volontà, compresi i musulmani, sulla base del rispetto dei valori non negoziabili e delle regole fondanti la civiltà cristiana dell’Europa.
- Chiarire che noi non nutriamo alcun pregiudizio nei confronti dei musulmani come persone, che l’amore per il prossimo è il fulcro della fede e della cultura cristiana che continuerà ad animarci. Ma noi non vogliamo essere costretti qui in Europa, a casa nostra, quali cristiani che credono in Gesù Cristo come il compimento della profezia e della rivelazione, a dover riconoscere l’islam come religione rivelata ed autentica pur essendo una realtà posteriore al cristianesimo, a dover considerare Maometto come un profeta inviato da Dio, a dover accettare la sharia, la legge islamica, come parte integrante del nostro ordinamento giuridico.
- Promuovere la riforma delle istituzioni dell’Unione Europea in modo tale che il Parlamento e la Commissione siano liberamente eletti salvaguardando il rapporto fiduciario tra l’elettore e l’eletto, in modo tale che il Parlamento possa esercitare effettivamente la prerogativa di organo legislativo e di controllo dell’esecutivo, mente la Commissione diventerà un governo vero affrancato dai condizionamenti dei governi nazionali e dalle lobby che la insidiano. Al tempo stesso l’Unione Europea deve rapportarsi in modo costruttivo integrandosi armoniosamente con la realtà complessiva dei singoli stati aderenti.

11. Commissione per un Mondo democratico, equo, solidale e pacifico (Politica internazionale, Cooperazione allo sviluppo, Diritti fondamentali dell’uomo, Difesa, Disarmo)
Alcune considerazioni sugli orientamenti di fondo di questa Commissione:
- Promuovere una riforma della Carta dell’Organizzazione delle Nazioni Unite che affermi la centralità del rispetto della dignità e della libertà della persona, che consideri il bene comune e l’interesse generale come il fondamento che legittima una democrazia sostanziale ed un rapporto equo, solidale e pacifico tra l’insieme delle nazioni del mondo.
- Considerare lo sviluppo e la diffusione della cultura dei valori, dei principi e delle regole su cui si fonda la democrazia sostanziale come il principale investimento della comunità internazionale per assicurare la giustizia e la pace nel mondo.
- Partendo dalla consapevolezza della crisi strutturale e irreversibile di un sistema finanziario ed economico internazionale, attestato dal crollo dell’ideologia del mito del libero mercato che si autoregolamenta, istituire un nuovo ordine economico internazionale fondato su regole etiche, che siano espressione del bene comune e dell’interesse generale, in modo che la materialità sia al servizio della persona e non viceversa la persona succube della materialità.
- Promuovere una cultura dell’ “essere” anziché dell’ “avere”, capace di colmare il baratro che separa la globalizzazione della materialità della modernità dalla mancata globalizzazione della spiritualità della modernità, affrancandoci dalla schiavitù dell’ideologia del materialismo e del consumismo illimitato che oggi non è più comunque sostenibile.
- Promuovere una strategia di cooperazione e sviluppo internazionale sulla base del principio “aiuta il tuo prossimo affinché non debba più aver bisogno del tuo aiuto”. Ovvero i paesi ricchi aiutino i paesi poveri ad affrancarsi dalla povertà diventando protagonisti della loro vita e del loro futuro.
- Considerare il terrorismo che viola il bene inalienabile della vita altrui, ed anche la propria nel caso del terrorismo suicida, come un crimine contro l’umanità.
- Considerare l’ideologia che nega il diritto all’esistenza dello Stato di Israele e legittima lo sterminio del popolo ebraico come un crimine contro l’umanità.
- Promuovere una “Unione delle Nazioni Democratiche” che si faccia carico della responsabilità di definire e diffondere la cultura della democrazia sostanziale nel mondo.
- Isolare e boicottare gli stati che violano i diritti fondamentali e i valori inalienabili della persona, che ricorrono al terrorismo e alla guerra per massacrare ed annientare coloro che vengono criminalizzati come “nemici” perché non si sottomettono al loro arbitrio.
- Legittimare il ricorso alla forza degli eserciti nazionali per difendere il diritto alla vita delle nazioni e dei cittadini, quando tale diritto è violato dalle organizzazioni terroristiche e dagli stati che sponsorizzano il terrorismo e favoriscono l’esplosione dei conflitti armati.
- Impedire la proliferazione delle armi di distruzione di massa, in particolar modo il loro possesso da parte dei regimi dittatoriali e guerrafondai, favorendo il graduale disarmo nucleare, chimico e batteriologico nel mondo.

Valentina Colombo
IL CENTRO DI FORMAZIONE ETICA DELLA CULTURA POLITICA E I LAVORI DELLE COMMISSIONI
I lavori iniziali delle undici commissioni raccolti in questo fascicolo sottolineano la necessità e l’importanza vitale della nascita di un Centro per la riforma etica delle istituzioni, in generale, e della cultura politica, in particolare. A partire dalla Commissione 1 per la promozione e la salvaguardia del bene inalienabile della vita sino alla Commissione 11 per un mondo democratico, equo, solidale e pacifico, tutti i coordinatori hanno espresso la necessità di istituire corsi a vari livelli per promuovere la sacralità della vita, il rispetto della famiglia e della persona, l’informazione corretta su varie tematiche, politiche, sociali e culturali.
L’emergenza educativa è quindi alla base della maggior parte dei documenti qui presentati. Emergenza a tal punto sentita che i coordinatori hanno voluto e saputo elaborare le bozze relative alla tabella di marcia e all’agenda della loro commissione in tempi veramente brevi. Ritengo che questo entusiasmo debba portarci a investire i prossimi mesi per approfondire ciascuna tematica di modo da condurci ad avviare i primi corsi nel 2010.
Un’altra esigenza che emerge dalle relazioni è quella di interagire con le altre a conferma del fatto che la cultura non può essere rinchiusa in compartimenti stagni, da qui la necessità di confrontarsi e scambiare idee proprio come avverrà in questi due giorni di Congresso.
Dovremo creare momenti di incontro, non solo virtuale, ma anche fisico, per le singole commissioni di modo da facilitare lo scambio di idee talvolta reso sterile dagli scambi virtuali. Si potrà pensare anche di riunire più commissioni per discutere di argomenti e questioni di interesse comune. Sono fermamente convinta che le commissioni saranno un meraviglioso strumento di approfondimento delle tematiche a noi care e di approfondimento dei rapporti umani e dell’amicizia in seno al nostro movimento.
Il lavoro che ci attende non è semplice, ma credo che porterà a grandi soddisfazioni e soprattutto ci aiuterà a credere e a sperare in un futuro e in un’Italia migliore per i nostri figli. E il Centro, che vuole rivolgersi ed essere animato soprattutto dai giovani, sarà una realtà viva e inarrestabile che formerà non solo le nuove generazioni di politici, ma anche e soprattutto le nuove generazioni di italiani.
Ringrazio in questa sede i coordinatori delle singole commissioni: Claudio Valerio Santini, Sarah Guidi, Marialuisa Chiara, Alfonso di Pasquale, Pierluigi Priori, Vincenzo Vitale, Roberta Tomeo, Marco Masoni, Marco Vitali, Sara Occhipinti e Filippo Simone Zinelli. Insieme a loro tutti i membri delle commissioni che a vario titolo hanno contribuito ad elaborare le relazioni.

COMMISSIONE 1
PROMOZIONE E SALVAGUARDIA DEL BENE INALIENABILE DELLA VITA

Coordinatore: Claudio Valerio Santini
Membri : Ada Rita Montanari, Agnese Fiocca, Aldo Vitale, Angela Rita Calvino Vitale, Angelo Quattrocchi, Anna Maria Esposito, Barbara di Mastrorocco, Belicchi Paola, Daniela Cichellero, Daniela Vario, Daniele Violini, Enrico Dessy, Eugenio Moretti, Federico Castagnoli, Fernando Di Mieri, Francesco Ettorre, Francesco Saverio Iacolare, Franco Garonna, Gabriella De Santis, Giovanni Battista Nicoli, Giovanni Cipollaro, Giovanni Greppi, Giulio Capriata, Giuseppina Migliore, Jonathan Trabalza, Kamal Kamel, Luca Baldi, Mara Cuoco, Mariapia Carleo, Marta Martelli, Marzio Porri, Matteo Martinoli, Nino Caruso, Paola Bettella, Paola Malavolti, Pietro Ceci, Rita Coruzzi, Romina Remigio, Sabrina Di Miceli, Silvana Greco, Tommaso Monfeli, Valerio Lattanzio

La Commissione per la promozione e la salvaguardia del bene inalienabile della vita ha l’onore e l’onere di affrontare l’argomento più importante, delicato, direi quasi nevralgico, nell’assetto delle posizioni ideologiche, culturali e politiche del nostro movimento; sicuramente l’argomento, e le relative considerazioni e impostazioni, più qualificanti e caratterizzanti per chi, come noi, si propone un compito arduo quanto ambizioso, proporre alla società civile ed al mondo intero una serie di valori assoluti, inalienabili, non contrattabili; valori non suscettibili quindi di interpretazioni ad uso personale, in base a convenienze ed opportunismi. Questi valori, questi concetti, sono la chiave di volta della nostra discesa in campo, lo strumento con cui iniziamo l’opera di rivalutazione etica della nostra vita personale e di relazione, della società di cui volenti o nolenti facciamo parte; non possiamo, non dobbiamo permetterci di subire passivamente il corso di eventi che riflettono gli altrui valori, le altrui convinzioni, le altrui convenienze, di qualunque natura esse siano: dobbiamo essere, siamo Protagonisti. Siamo parte in causa, attiva e cosciente, della nostra vita quotidiana, a qualunque livello; dobbiamo pertanto essere il motore ideologico degli eventi che ci riguardano.
Il titolo della Commissione indica chiaramente il punto di partenza dei nostri lavori: qualcuno potrebbe storcere il naso, considerare l’argomento banale, liquidarlo come scontato, considerare superfluo parlarne: niente di più sbagliato ed approssimativo.

Fermiamoci ad osservare il mondo che ci circonda e riflettiamo: viviamo in una società che sembra negare ciò che ci sembra lapalissiano, una società in cui , subdolamente, si è andata affermando una sorta di cultura della morte. Il valore della vita non è più fondamentale, non è più sacro, viene messo in un secondo piano, come se fosse più logico e, in un certo senso, più moderno ed attuale negarlo; si avallano comportamenti, in nome della dignità della persona e della libertà di scelta, che negano il diritto della vita. Scegliere ed agire in contrasto con la sacralità della vita, con il diritto alla vita, sembra essere lo strumento obbligato di una sorta di “progressismo” sociologico e politico che rischia di portare la società verso una specie di tensione al suicidio collettivo. Si tratta di una cultura della morte promossa da potentati culturali, politici e soprattutto economici, in stretta correlazione con una interpretazione meccanicistica della società civile: una società intesa in senso efficientistico, produttiva, basata sulle leggi della domanda-offerta; una società in cui chi produce, realizza, guadagna, consuma ha una sua identità e dignità. E’ una società in cui chi non compete viene messo da parte, una società in cui chi non produce viene considerato un peso, un ostacolo allo sviluppo e al progresso. Si tratta di un contesto depersonalizzante, in cui ha un senso avere e per essere è necessario apparire. In questo sistema tutto ciò che si oppone alla vita ed al suo senso profondo viene presentato come espressione di un diritto fondamentale, frutto del rispetto per la libertà di scelta; così vengono motivati e giustificati veri e propri attentati alla vita nascente e terminale.
I paesi occidentali, industrializzati e ricchi, da tempo stanno andando incontro ad una evidente denatalità, considerata come un segno di progresso e modernità, una sorta di arma contro la povertà e i guasti della sovrappopolazione; i tassi elevati di natalità dei paesi emergenti o poveri, considerati, forse non a torto, come conseguenza diretta di povertà ed ignoranza, vengono considerati alla stregua di una minaccia nei confronti del proprio benessere e della propria tranquillità: una situazione quindi da fronteggiare, ma non con serie politiche familiari e sociali, programmi di crescita culturale, di adeguata ed equa distribuzione ed utilizzazione delle risorse, bensì solo con scelte anti-nataliste.
Non va certo meglio nei confronti della vita terminale: in un simile contesto culturale, marcatamente utilitaristico ed edonistico, la sofferenza non è una situazione da curare ed alleviare, per rispetto della dignità umana, la dignità di chi affronta una situazione difficile, magari infausta, ma un qualcosa da eliminare a tutti i costi, anche e soprattutto eliminando la persona che soffre. Si propugna così la diffusione del concetto di eutanasia come intervento umanitario, un qualcosa a favore di chi versa in condizioni di minorazione fisica: il fatto che per eliminare una sofferenza si elimini in realtà la persona che soffre viene liquidato con colpevole leggerezza. Non è estraneo a tutto ciò un atteggiamento utilitaristico di natura economica: chi soffre, chi è malato costituisce un costo per la società, uno sgradevole aggravio economico: perché non evitarlo eliminandone radicalmente le cause? Di questo passo, a quando la proposta di eliminare tutte le persone che raggiungono l’età della pensione, visto che non producono, costano alla collettività e, magari, danno pure un poco di fastidio? Non è nemmeno una idea nuova ed originale, costituiva il motivo di fondo di un famoso racconto di fantascienza in cui si favoleggiava di una società efficiente, sana, produttiva, perfetta; una sorta di Sparta del secolo prossimo futuro, in cui chiunque nasce debole, malformato o non corrispondente a rigorosi canoni estetico-funzionali viene gettato da una immaginaria rupe Tarpea: in fondo gli si fa pure un favore, gli si risparmia una vita di difficoltà e sofferenze.
E’ in questa direzione che la nostra società si dirige a passo di corsa? Non possiamo stare a guardare; il movimento, tramite le indicazioni di quel laboratorio di idee che la nostra commissione deve divenire, deve assolutamente battersi contro questo stato di cose, contro il disprezzo per la sacralità della vita, contro il disprezzo per la dignità dell’uomo, che conducono inevitabilmente al materialismo pratico, terreno di origine dell’individualismo, dell’utilitarismo e dell’edonismo, situazioni in cui i valori dell’essere sono sostituiti dai valori dell’avere. Utilitarismo ed egoismo in cui si persegue solo il proprio interesse, nel nome del quale si autorizzano e si giustificano, con motivazioni ideologiche e persino morali ovviamente fasulle, l’eugenetica e la manipolazione degli embrioni: queste ultime rischiano di configurare un vero e proprio moderno laboratorio di Frankestein, se non, addirittura, il laboratorio di esperimenti di Mengele; il tutto nella speranza di avere sempre delle opportunità per evitare la sofferenza , se non addirittura nella illusione di divenire immortali. Poco importa, evidentemente, se nel fare tutto ciò si rischia di voler assumere il ruolo di divinità da operetta. E’ in questo substrato di interessi inconfessabili, di pretesa di superiorità, di ricerca della immortalità o almeno della immunità dalle malattie, che si è affermato il traffico più ignobile che esista, il traffico di organi per i trapianti; alimentato dalle smanie di salvezza di chi è disposto a tutto per la propria vita, anche e soprattutto a scapito della salute e vita altrui, ha creato un mercato nero gestito dai peggiori delinquenti che, in alcuni casi, rivestono addirittura funzioni governative: è il caso del governo cinese, a scapito e danno delle migliaia di condannati a morte, le cui esecuzioni sono sempre più spesso finalizzate alle necessità di organi da vendere. Non a caso si tratta di un paese ai primi posti nella mancanza di rispetto della dignità umana, della sacralità della vita, e nello sviluppo di un capitalismo ottuso e selvaggio, il peggior alleato di un totalitarismo comunista. E’ comunque frutto di una degenerazione etica la recente accettazione ed autorizzazione alla distribuzione ed all’uso della famigerata RU486, spacciata per pillola del giorno dopo, mentre non si tratta, come è risaputo, di un contraccettivo bensì di un farmaco abortivo; l’uso di tale presidio abortivo deve essere regolamentato, come gli altri, nell’ambito della discussa legge 194: varrebbe la pena di ricordare che tale legge oltre ad un numero possiede anche un nome utile ad identificarla, che recita “ legge per la salvaguardia della maternità”. Il che la dice lunga, a mio parere, sullo spirito con cui la legge è stata formulata; certamente non lo spirito con cui in tanti anni è stata applicata, anzi disattesa, utile pretesto per disfarsi ad ogni occasione di una gravidanza fastidiosa, nel nome di una fantomatica libertà di scelta e di un altrettanto fantomatico diritto delle donne a rivendicare la proprietà del proprio corpo: nessuno ha detto alle donne, evidentemente, che esiste un solo modo libero, cosciente, maturo ed intelligente per non subire il fastidio di una gravidanza indesiderata: evitarla a monte.
E’ un campo vasto ed irto, fitto di trappole ideologiche e sociologiche, ma in cui un corretto atteggiamento mentale e culturale ci permetterà di fare ordine nella confusione vigente: si tratta di elaborare con serenità e concretezza proposte a sostegno della natalità, della procreazione responsabile frutto di un rapporto chiaro ed inequivocabile fra persone mature legate da affetti ed intendimenti condivisi. Proposte che forniscano sostegni concreti a chiunque voglia creare una famiglia e creare un’altra vita; sostegni economici e fiscali, facilitazioni nelle attività quotidiane, aiuti a madri impegnate anche in attività lavorative, contributi provinciali o regionali per l’educazione scolastica della prole. Proposte a sostegno della natalità e delle famiglia quindi; sostenere il tasso di natalità significa evitare alla nostra società il rischio del collasso demografico, del suicidio collettivo, della cancellazione della nostra identità ad opera di altre realtà sociali.
Ricordiamo, a questo proposito, alcune parole di Papa Giovanni Paolo II: “Rispetta, ama, difendi e servi la vita, ogni vita umana. Solo su questa strada troverai giustizia, sviluppo, libertà vera, pace e felicità”.
La sacralità della vita è il fondamento su cui si regge un altro valore assoluto, determinante: la dignità della persona, la persona come protagonista delle proprie scelte e responsabile delle proprie decisioni. L’essere umano come elemento essenziale della famiglia e della struttura sociale; la sua dignità ne fa un protagonista e non una comparsa, mattone inconscio e privo di potere e volere in un edificio paragonabile ad una prigione: dignità significa libertà di scelta, in ogni campo, sociale, politico e religioso. La possibilità di manifestare liberamente le proprie opinioni e convinzioni in ogni campo dello scibile umano è la premessa indispensabile per la propria realizzazione e per un corretto confronto con chiunque altro; chiunque ha diritto a scegliere quale religione professare, a quali idee politiche conformarsi, a quali principi di vita ispirarsi, ma solo nel rispetto delle analoghe libertà altrui. Chi si batte per una riforma etica della convivenza civile non può non lottare per affermare questo stato di cose, ispirandosi a Voltaire che affermava “ non condivido ciò che dici ma mi farei uccidere perché tu possa dirlo”; ma con altrettanta decisione non può non battersi contro tutti coloro che mirano ad impedire agli altri la libertà di pensiero e di azione, contro coloro che vorrebbero imporci un ordine precostituito da noi non scelto, comportamenti sociali che non condividiamo, credi religiosi che non sentiamo nostri. Libertà per tutti coloro che rispettano noi e le nostre convinzioni, nessuna tolleranza e giustificazione per chi ci vuole rendere schiavi: la pace del solco segnato dall’aratro deve essere difesa, se necessario, dalla spada, anche affrontando rischi e sacrifici.
Il rispetto e l’affermazione della dignità della persona non può prescindere, ovviamente, dal rispetto della dignità e della libertà della donna, in tutti i suoi ruoli e compiti, in ambito lavorativo ed in ambito familiare, quasi sempre più impegnativo e gravoso di una carriera in senso professionale, praticamente sempre meno gratificante. Ne conseguono l’obbligo e l’impegno a misure di protezione della donna in genere nei confronti della violenza fisica e psicologica a cui frequentemente sono esposte nella società moderna, in cui è spesso trattata alla stregua di una preda da conquista o di un complemento ad un concetto maschilista della società, praticamente un soprammobile o un giocattolo con cui passare il tempo senza impegno. Il legislatore deve essere stimolato a formulare provvedimenti sanzionatori più efficaci nei confronti di chi sottopone a violenza un altro essere umano, a maggior ragione se si tratta di una donna o di un minore, o di una persona in condizioni di minorazione fisica o psichica. Analogo rispetto e analoga considerazione devono essere tributati a tutti coloro che, per nascita o malattia, vanno incontro ad un danno fisico o psichico, con conseguente perdita totale o parziale di una funzione, organica o mentale, e sviluppano quindi un handicap nei rapporti con la società; per quanto moderna ed efficientista, anzi proprio perché tale, la società non può e non deve trascurare i portatori di handicap, dalla lotta alle barriere architettoniche alla lotta alle barriere psicologiche che i disabili incontrano nel confronto quotidiano con i soggetti “abili”.
L’essere umano, libero e rispettato nella sua dignità, ha una sua realizzazione nella famiglia, primo vero nucleo costitutivo della società: è questo nucleo costitutivo che deve essere tutelato, sostenuto economicamente, giuridicamente e fiscalmente. Paradossalmente, proprio la famiglia è bersaglio, ormai da molto tempo, di attacchi ripetuti e variegati, un vero e proprio accerchiamento; c’è di che scegliere, si va dalle difficoltà economiche che rendono sempre più difficile alle coppie riuscire a compiere il passo desiderato, in considerazione del caro-casa per gli acquisti come per gli affitti, del cospicuo investimento economico necessario per attrezzarsi alla vita indipendente, delle previsioni di spesa per tutto ciò che consegue alla scelta di vivere in coppia e di avere figli. Un attacco massiccio alla famiglia come istituzione è giunto, negli ultimi dieci anni da numerose figure a vario titolo con connotazione istituzionale: psicologi, psicoterapeuti, sedicenti assistenti sociali, giudici dei minori e forze dell’ordine sono a più riprese intervenuti scardinando famiglie colpevoli solo di dibattersi in difficoltà economiche o tecniche, sottraendo i figli a genitori frettolosamente giudicati inadeguati, indegni o altro; il tutto con motivazioni spesso poco convincenti e, soprattutto, giuridicamente inadeguate. Tutto ciò nel nome di un qualcosa che appare assai fumoso, l’affermazione della superiorità di una entità sovrafamiliare, tetra ed incombente, in grado di decidere delle nostre vite e dei nostri destini; una entità kafkiana a cui dobbiamo ubbidienza cieca ed incondizionata. La sequela di interventi immotivati e sproporzionati è impressionante: i danni materiali e psicologici, e le sofferenze imposte ad adulti e bambini sono stati incalcolabili, difficilmente recuperabili, a fronte dell’inconsistente responsabilità di chi è intervenuto così pesantemente nella vita altrui.
La famiglia come nucleo fondante della società è messa pesantemente in discussione anche nella sua costituzione, come unione di individui eterosessuali in grado di procreare discendenza: si cerca di delegittimare questo tipo di famiglia per legittimare unioni che possono essere definite solamente anomale; unioni fra omosessuali, transessuali e agglomerati umani quantomeno naif.
Da tempo è in atto anche una lenta ma inesorabile opera di delegittimazione del concetto di eterosessualità come sessualità “normale”, a vantaggio dell’accettazione e della legittimazione della omosessualità e della transessualità; in sostanza, eterosessualità e omosessualità, con tutte le sue folcloristiche variabili, sarebbero orientamenti sessuali di pari dignità e normalità. E’ un orientamento concettuale e giuridico inaccettabile, ma supportato da correnti di pensiero e politiche assai agguerrite; devono essere fermate a tutti i costi, anche per la presenza fra loro di associazioni che si battono per la “liberazione della sessualità dei bambini”, in poche parole associazioni di pedofili, la vergogna delle vergogne. Persino l’Organizzazione Mondiale della Sanità, in ossequio al sessualmente corretto, ha fatto sparire dai propri codici la definizione di omosessualità come “malattia mentale”; le più autorevoli associazioni di psichiatri e psicoterapeuti, coerenti con tale orientamento, definiscono l’omosessualità come “disturbo di identità di genere”, non riuscendo però a nascondere l’implicito concetto di anormalità, dato che ciò che viene definito “disturbo” non può, per definizione, essere considerato “normale”. Il movimento si deve adoperare affinché il Parlamento Europeo non avalli l’ideologia “gender”, mettendo sullo stesso piano etero e omosessualità; famiglie anomale non devono avere libertà e responsabilità di allevare figli, destinati a crescere in condizioni psicologiche fuorvianti.
Difesa ad oltranza quindi, e tutela sociale, giuridica ed economica alla famiglia tradizionale; tutela che non può prescindere da misure a difesa dell’anziano, una risorsa di esperienza e non un peso per la società.
La tutela della vita e della dignità delle persone non può prescindere anche dalla tutela del diritto alla salute, in tutte le forme in cui tale concetto può essere sviluppato: dalla nascita alla morte naturale. A tutti deve essere riconosciuto il diritto alle migliori cure possibili per ogni inconveniente che riguardi il proprio benessere e la qualità della vita, che si tratti di un problema episodico o di una situazione cronicizzata; deve essere riconosciuta ad ognuno la possibilità di scegliere da chi farsi curare, dove e come; per quanto riguarda chi, ricordo che il rapporto medico-paziente è essenzialmente un rapporto di fiducia, quindi deve necessariamente essere frutto di una libera scelta e conseguenza di un accordo bilaterale. Per quanto riguarda come e dove ognuno deve essere nelle condizioni di scegliere se farsi curare a domicilio o in strutture pubbliche piuttosto che in strutture convenzionate, accreditate o private, in base a preferenze, considerazioni personali e possibilità economiche. Ci si deve adoperare per fare in modo che non sia il cittadino ad inseguire la Sanità per ottenerne le prestazioni, ma sia la Sanità ad andare incontro alle necessità di ogni eventuale utente.
Si deve attribuire nuovamente importanza agli strumenti della medicina preventiva, da anni resa pura accademia, vera utopia, da considerazioni strettamente economiche, in virtù delle quali è preferibile che un soggetto a rischio vada incontro ad un infarto prima di riconoscergli il diritto ad un trattamento farmacologico costoso a lungo termine; nuovo impulso al modo di affrontare le patologie a rilievo sociale, vecchie ed emergenti, come le patologie metaboliche e neoplastiche piuttosto che le patologie infettive assunte a nuovo vigore ed ampia diffusione grazie ai movimenti migratori.
La salute e la qualità della vita sono strettamente correlate alle condizioni economiche e alla disponibilità di risorse: punto chiave è quindi il concetto di equa distribuzione delle risorse, frutto di una logica di mercato che sappia essere anche etica e non solo utilitaristica; la stessa visione può essere applicata in particolare all’argomento fonti alimentari. E’inaccettabile che una larga fetta di umanità versi in condizioni di perenne carestia e fame, con le conseguenze immaginabili sulla salute e sulla qualità della vita, specialmente per l’infanzia ( lo sviluppo fisico e psichico dei bambini viene pesantemente influenzato dalla carenza di molteplici fattori alimentari ) e per la terza età, da sempre le fasce più deboli.
La vituperata globalizzazione, da molti considerata fonte di ogni guasto, è in realtà uno strumento, né buono né cattivo in sé, ma tale a seconda delle mani che lo utilizzano; anche la globalizzazione dei mercati e delle risorse può essere uno strumento positivo: di essa non si può ormai fare a meno per far crescere la ricchezza mondiale, facendo però in modo che tale ricchezza raggiunga il più alto numero di paesi. Per i paesi più poveri il principale aiuto consiste nel favorire l’inserimento dei loro prodotti nei mercati internazionali: il mercato rimane quindi il miglior meccanismo di distribuzione delle risorse, pur con il controllo e l’intervento di pubblici poteri. Nell’epoca della globalizzazione inoltre le attività economiche dovrebbero tener conto di quote di gratuità e di comunione, in forma di economia no-profit ed economia solidale. Il meccanismo utile e necessario a tal fine è la sussidiarietà, che ci permetterebbe di passare dal welfare state alla welfare society; già Pio XI nella enciclica “Quadragesimo anno” asseriva che “è illecito togliere agli individui ciò che possono ottenere con le proprie forze per affidarlo alla comunità, così come è ingiusto rimettere ad un livello superiore della società ciò che dalle minori comunità si può ottenere. Fine naturale di ogni intervento della società stessa è quello di aiutare in maniera suppletiva le varie parti del corpo sociale”. Quindi i livelli superiori di organizzazione sociale non devono quindi sostituirsi a quelli inferiori ma intervenire in loro aiuto; la libera iniziativa dei singoli e delle varie realtà sociali deve essere sostenuta. Sussidiarietà significa quindi, come specificato nell’enciclica “Caritas in veritate” porre al centro dell’azione sociale, economica e politica un soggetto umano che tende al bene personale quanto al bene collettivo. Anche il bene comune quindi è espressione della libertà e della responsabilità dei singoli individui: parola chiave è la parola fraternità, per la prima volta dai tempi della Rivoluzione Francese usata con una simile valenza politico-economica. Obiettivo di questa impostazione ideologica è la creazione di una economia ed una finanza a valenza etica, affiancata da una riforma degli apparati amministrativi e burocratici, che crei una sorta di entità sopranazionale tesa alla razionalizzazione delle risorse alimentari, idriche, energetiche e via dicendo.

COMMISSIONE II
PER LA CONVIVENZA CIVILE FONDATA SU VALORI E REGOLE (IDENTITÀ NAZIONALE, CITTADINANZA, INTEGRAZIONE)

Coordinatore: Sarah Guidi
Membri: Aleks Kapllaj, Alessandro Galiero, Anna Giussani, Elio Paolo Fumi, Francesco Bongiorno, Gennaro Tonati, Kamal Kamel, Maria Amodio, Maria Manuela Pana, Mario Giovanni Garitta, Nader Zaki, Paulette Ievoli, Rachida Kharraz, Sara Occhipinti, Sarah Guidi, Stefano Fini, Tommaso Monfeli, Vanda Vinci, Vittorio Zedda
Definire un modello di convivenza civile in Italia – un paese caratterizzato da duemila anni di storia sociale e politica tormentata da divisioni e dominazioni, da una recente unificazione nazionale travagliata ed ancor oggi non completamente metabolizzata, tuttora spaccato da forti contrapposizioni ideologiche, economiche, geografiche e culturali – è certamente più difficile che altrove.
Tutto questo si inserisce in un periodo di difficile transizione storica per l’Europa tutta. Forti e repentini cambiamenti nella struttura stessa del continente europeo, diventato in poco tempo da colonialista a terra soggetta a forti flussi immigratori, da entità politica composta da stati indipendenti ad un’unica grande nazione , da una lunga fase di prosperità e di crescita economica ad una fase di recessione che sta risvegliando tentazioni politiche protezionistiche abbandonate da tempo.
Non dimentichiamo poi l’eco, a nostro avviso nefasto, che l’illuminismo ha lasciato in eredità all’Europa intera, che spinge in modo insensato a rimuovere qualsiasi legame con le nostre tradizioni di matrice giudaico-cristiane.
Questi sono i non facili presupposti che ci troviamo ad affrontare e che si scontrano oggi con un fenomeno relativamente nuovo e che sta in breve tempo assumendo proporzioni epocali: quello dell’immigrazione.
Diamo per scontato che il fenomeno immigratorio sia di per sé inevitabile e giustificabile in una logica di flussi socio-economici che da sempre spingono chi vive nella miseria con poche o inesistenti possibilità di riscattarsi verso quella parte di mondo che, almeno sulla carta, promette prosperità e una vita dignitosa. Partendo da questo presupposto, è necessario chiedersi come affrontarla al meglio e con quali strumenti. Questo compito di analisi del problema e ricerca ed applicazione delle possibili soluzioni è (o dovrebbe essere) centrale nella politica di ogni paese moderno. Dallo studio della storia appare chiaro come le grandi migrazioni (come quelle che in silenzio e nella generale noncuranza stiamo vivendo oggi ) hanno da sempre influenzato, e non poco, il corso della storia nei secoli a seguire. Se qualcosa abbiamo imparato dal passato allora è dovere delle istituzioni farsi carico di indirizzare il fenomeno verso una direzione coerente ed utile piuttosto che subirlo passivamente con tutti i risvolti negativi che una non politica comporterà.
Contestualmente alla scelta della politica migratoria, occorre domandarsi quale modello di integrazione culturale sia auspicabile nelle nostre comunità.
Individuare un modello di integrazione:
Analizzando i differenti modelli di integrazione possibili, sono emersi i tre che in definitiva lo possono caratterizzare:
1 le due comunità, quella autoctona e quella immigrata, vivono sullo stesso territorio senza entrare veramente in contatto tra loro. Rappresentano due isole indipendenti che di fatto vivono in maniera indipendente nel solco delle loro tradizioni originarie.
2 in questo modello, una delle due culture ingloba, schiacciandola, l’altra. Il risultato sarebbe utopicamente l’annullamento dell’identità di una delle parti in gioco, ma di fatto si tradurrebbe in un continuo rapporto conflittuale.
3 le due culture, pur mantenendo ciascuna le proprie peculiarità, trovano uno spazio comune di condivisione di quei valori e regole non negoziabili che dovrebbero sostanziare il nostro comune appartenere al genere umano.
Ritengo che l’ultimo modello di integrazione sia quello da perseguire. Tentare di annullare l’altro costringendolo a farsi assorbire da una cultura che non gli appartiene, o permettere all’altro di viverci accanto senza costruire una piattaforma comune di valori e regole, è senza dubbio una politica suicida.
Ricercare un terreno comune che permetta a tutti di sentirsi parte integrante di una stessa comunità, pur mantenendo la libertà di esprimere le peculiarità della propria cultura di appartenenza (laddove però queste non siano in contrasto con valori e regole non negoziabili), è la strada maestra che può portare alla civile e serena convivenza.
Valori e regole non negoziabili:
1. sacralità della vita dal concepimento alla morte naturale
2. parità diritti e doveri uomo/donna
3. libertà religiosa e di coscienza
4. libertà di espressione e di critica
5. accettazione delle regole fondamentali del comune vivere civile, espressione accettata e condivisa della cultura del paese ospitante (conoscenza e accettazione della Costituzione Italiana e delle leggi fondamentali)
6. conoscenza della lingua, delle tradizioni, usi e costumi del paese ospitante

Costruire l’identità nazionale:

Come si può confrontarsi serenamente con chi è “altro da me” se non ho ben chiaro chi sono io? Se non ho un nucleo solido di certezze circa la mia identità e appartenenza? Accogliere l’altro presuppone un’identità forte e condivisa. Per favorire il rafforzamento, la diffusione e la concreta percezione nella società tutta di questo imprescindibile presupposto all’accoglienza dell’altro, crediamo necessario recuperare la vocazione “educativa” dei media (soprattutto della televisione), da troppo tempo vergognosamente legati a sole logiche di mercato anziché essere promotori di un messaggio che possa essere di stimolo a trovare valori in cui credere e identificarsi e tramite i quali costruire un sentire comune.
Proposte:
- Incentivare lo studio e l’erogazione di programmi educativi specifici (lingue, approfondimenti tematici, documentari scientifici, reportage)
- Rubriche culturali che portino alla riscoperta del nostro enorme patrimonio artistico-letterario
- Curare con particolare attenzione la programmazione per i più piccoli
- Mettere gli organismi di controllo in condizione di poter intervenire in modo puntuale e tempestivo nella tutela delle così dette fasce protette
- Incentivare la produzione di fiction dai contenuti edificanti ed educativi
La scuola deve recuperare appieno il suo ruolo educativo anche andando a recuperare l’autorevolezza necessaria ad imporre uno stile ed un comportamento consono. La scuola deve tornare ad essere selettiva e severa: il buonismo ed il lassismo imperante nel sistema educativo italiano hanno prodotto solo un degrado culturale che di fatto impedisce una sana competizione ed una giusta meritocrazia.
Proposte:
- Mantenimento del voto in condotta
- Obbligo di abbigliarsi in maniera decorosa e consona al contesto
- Mantenere il sistema del voto espresso in decimi
- Ripristino degli esami di recupero a settembre
- Alzare gradatamente i livelli di performance attesi
- Diminuire il numero di materie ed innalzare la qualità dei contenuti trasmessi
- Potenziare sensibilmente le materie di base (italiano e matematica), l’inglese e l’educazione civica (che da materia spesso considerata di serie b, deve assurgere a strumento utile a veicolare regole, diritti e doveri del cittadino consapevole e responsabile)
- Prevedere più momenti di verifica dell’apprendimento durante l’anno scolastico
- Istituire l’ora di Integrazione, dove verranno insegnati i fondamenti essenziali della convivenza pacifica e rispettosa gli uni degli altri
L’insegnamento è una delle professioni chiave all’interno di una società: selezionare i docenti (di ogni ordine e grado) in base a criteri di preparazione e di idoneità, dare grande importanza all’aggiornamento e alla preparazione pedagogica di chi ha un compito così importante e delicato. Trasformare la scuola pubblica in una sorta di ammortizzatore sociale quale è quella di oggi, ha contribuito di fatto allo sfascio di un sistema che ha nel tempo perso la fiducia delle famiglie e l’autorevolezza necessaria, anche verso i discenti.
La famiglia deve ricominciare ad avere con l’istituzione educativa rappresentata dalle scuole di ogni ordine e grado un rapporto di assoluta fiducia e condivisione di obiettivi.
Proposte:
- I concorsi pubblici per l’accesso alle cattedre devono essere rigorosi e controllati da commissioni speciali nominate su base nazionale
- Oltre alla preparazione specifica nella sua materia, sondata in sede di concorso, il docente deve poi conseguire un’abilitazione professionale che comporti una preparazione pedagogica mirata alla fascia di età cui si rivolge
- Grande importanza alla formazione ed all’aggiornamento costante del personale docente (obbligatorio per legge)
- Prevedere meno docenti, maggiore carico di lavoro e retribuzione adeguata
- Creare un meccanismo di feedback che consenta di avere una valutazione dell’operato (da collegare ad incentivi economici aggiuntivi)
- Creare la figura dell’insegnante di Integrazione, che si occuperà anche di aiutare gli alunni stranieri ad intraprendere il percorso più idoneo ad una serena e duratura convivenza, insegnando loro i principi e le regole non negoziabili su cui costruire il loro percorso di crescita

Attuare delle politiche di sostegno alla famiglia atte a favorire un recupero del tempo necessario alla sua fondamentale funzione educativa.
Proposte:
- Prevedere incentivi per chi favorisce il part time per le donne
- Prevedere una forma di remunerazione per le donne che scelgono di dedicarsi alla gestione della famiglia ed all’educazione dei figli
- Incrementare significativamente il numero di asili nido pubblici ed incentivare la creazione di micro-strutture private (micro-nidi), abbassando contestualmente in modo significativo i costi per le famiglie

Aiutare le persone a capire che i nostri valori (libertà, garantismo, religione Etc) possono facilmente diventare le nostre più grandi debolezze. Soprattutto con una certa immigrazione, quale quella di stampo islamico, per sua natura poco incline alla mediazione e al dialogo e facilmente preda di degenerazioni estremiste. Dobbiamo fare in modo che la società occidentale si svegli dal sonno della ragione nel quale è caduta e prenda atto che un buonismo generalizzato e senza regole non ci porterà lontano. Al contrario, ricostruire regole certe e pene severe per chi le trasgredisce permetterà a tutti di sentirsi al sicuro e tutelato (anche l’immigrato stesso, che non deve più subire ogni sorta di sfruttamento).
Proposte:

- Preparazione e divulgazione sul territorio di opuscoli informativi che spieghino le diverse tipologie di immigrati, evidenziandone le caratteristiche e le peculiarità e dove vengano affrontate ed analizzate le possibili diverse problematiche di integrazione
- Potenziare la diffusione sul territorio di centri culturali gratuiti che, tramite seminari, conferenze e documentari, favoriscano l’incontro, il dibattito e la comprensione reciproca

Risvegliare il senso civico della nazione diffondendo la cultura del rispetto degli spazi pubblici e dei monumenti artistici (lotta all’abusivismo edilizio, promozione del decoro urbano, far rispettare le sanzioni previste a livello civile ed amministrativo) e dell’ambiente (cura del verde pubblico, rispetto delle peculiarità geomorfologiche del territorio (divieto assoluto di costruzione in aree a rischio).
Proposte:

- Proporre agli studenti delle scuole di ogni ordine e grado incontri a carattere seminariale dove vengano dibattuti e affrontate queste problematiche, promuovendo contestualmente giochi/concorsi che stimolino la partecipazione attiva dei ragazzi coinvolti.

Ridare grande dignità alle nostre radici giudaico-cristiane assicurandoci che il Ministero della Pubblica Istruzione vigili sull’esposizione del Crocifisso in tutte le aule scolastiche (come peraltro previsto dall’art. 118 del Regio Decreto 30.04.1924 n°965, tuttora in vigore, che fa obbligo a tutte le scuole pubbliche di esporlo) e modificando i testi ed i programmi scolastici in modo che diano maggiore spazio alla nostra cultura, storia, letteratura, tradizione artistica e religiosa, che i nostri figli devono riscoprire nella sua grandezza ed i figli degli immigrati con loro.
Integrazione
L’immigrato che chiede di rimanere sul nostro territorio deve dimostrare la volontà di integrarsi, ed in qualche modo meritarsi il suo posto tra noi. Imparando la lingua e la cultura di chi lo ospita, dimostrando nei fatti di rispettarla esattamente come noi ci impegniamo a rispettare la sua.
Per fare questo, potrebbe essere utile mettere loro a disposizione corsi di lingua italiana erogabili anche con il contributo dei mass media, a livello di trasmissioni televisive, radiofoniche, internet etc. cui fare seguito con esempi figurati (con l’ausilio di video, cartoni animati, brochure informative) dei nostri usi e costumi, in modo da ridurre la distanza e la diffidenza. Rendere obbligatoria la conoscenza ed incentivare la condivisione dei principi di fondo della nostra costituzione.

Dobbiamo prendere atto del fatto che l’immigrato è diverso da noi. Con questo non si vuole dare un giudizio di merito, ma soltanto prendere atto della realtà. È diverso da noi per cultura, per tradizioni, spesso per credo religioso, per modelli sociali di riferimento. Chiudere gli occhi e negare questa semplice ed ovvia realtà, per una sbagliata interpretazione del politically correct, equivale a sdoganare come lecito qualsiasi comportamento, anche quello che vìoli le più elementari regole di convivenza civile o leggi di un paese. Noi di principio accettiamo tutti, ma ognuno deve meritarsi l’accoglienza e le tutele ad essa collegate.

L’immigrazione islamica, che potrebbe essere di gran lunga la più problematica da gestire, ha raggiunto dimensioni insospettabili in passato, non è stata adeguatamente affrontata come doveva dalle Istituzioni europee, ed ora ci pone una serie di problemi di integrazione che complicano ulteriormente il quadro, vista la tendenza di molte comunità musulmane a rifiutare gli stili di vita occidentali, considerati per lo più decadenti se non blasfemi, ed a formare enclaves separate dal resto della popolazione, dove i rapporti sono di fatto regolati da norme del tutto estranee e per molti versi incompatibili con i costumi, i valori e la tradizione giuridica occidentale.

Diffondere la cultura del rispetto del prossimo e della legalità, nella consapevolezza che facciamo tutti parte di un sodalizio umano che ci impone di aiutarci a vicenda, con azioni non solo in campo culturale ed educativo, ma anche editoriale, mediatico e legale.

Difendere il principio della “territorialità” della legge, secondo il quale chiunque viva in Italia è tenuto a rispettare la legge italiana, mentre gli usi e i costumi dei paesi di origine potranno essere praticati solo nella misura in cui non vadano a ledere la dignità e l’integrità psicofisica della persona (immigrato compreso) o non risultino altrimenti in contrasto con i valori costituzionali e con i diritti umani fondamentali che, essendo stabiliti da convenzioni internazionali ratificate dall’italia, formano parte integrante del nostro ordinamento.

Prevedere per l’immigrato che commette reati pene immediate e severe, fino ad arrivare all’espulsione con effetto immediato per i reati più gravi.
Cittadinanza
Il concetto di cittadinanza si ricollega alla titolarità di determinati diritti e doveri, detti appunto diritti e doveri di cittadinanza, enunciati nella costituzione.
Nell’ambito dei diritti di cittadinanza si distinguono:

- I diritti civili – libertà personale, di movimento, di associazione, di riunione, di coscienza e di religione, l’uguaglianza davanti alla legge, il diritto alla presunzione di innocenza e altri diritti limitativi delle potestà punitive dello stato etc.

- I diritti politici – relativi alla partecipazione dei cittadini al governo dello stato, sia direttamente (attraverso istituti quali il referendum, la petizione etc.) sia indirettamente, eleggendo i suoi rappresentanti (elettorato attivo) e candidandosi alle relative elezioni (elettorato passivo)

- I diritti sociali – cui corrispondono obblighi di fare, di erogare prestazioni, da parte dello stato e dei pubblici poteri; comprendono i diritti alla protezione sociale contro la malattia, la vecchiaia, la disoccupazione etc, il diritto alla salute, al lavoro, all’istruzione e così via.
La condizione sine qua non per avviare l’iter di richiesta di diritto di cittadinanza, è quella di essere in possesso di regolare permesso di soggiorno, che comporta:
- capacità retributiva e contributiva
- autonomia economica
- abitazione adeguata per sé ed per l’eventuale nucleo famigliare
- accettazione concreta delle regole del vivere civile del nostro paese

Attualmente, l’immigrato extracomunitario può richiedere la cittadinanza italiana solo dopo aver trascorso 10 anni nel territorio della Repubblica.
Il dibattito su questa questione è aperto, ogni schieramento politico ha le sue proposte più o meno permissive a seconda dell’orientamento cui appartiene.
Noi riteniamo che più che farne una questione legata al tempo necessario all’ottenimento della stessa, ben più importante sia stabilire oggettivamente quale livello di integrazione debba necessariamente aver raggiunto il soggetto che richiede la cittadinanza stessa (il suo livello di “italianità”acquisita).
A nostro avviso, dato per scontato che l’ipotetico immigrato si trovi sul nostro territorio in quanto titolare di un regolare permesso di soggiorno, di un lavoro e di una adeguata sistemazione, potrà inoltrare richiesta di cittadinanza se:
1. ha trascorso sul territorio nazionale con regolare permesso di soggiorno, un periodo non inferiore ad anni 10
2. non ha nessun procedimento penale a suo carico
3. fa richiesta esplicita di poter prestare giuramento di fedeltà alla Costituzione italiana ed alle sue leggi di fronte alle autorità competenti (sindaco, prefetto …)
4. ha buona conoscenza della lingua e cultura italiana (previo esame)
La possibilità di costituire rappresentanze politiche ed il diritto di voto sono subordinati all’ottenimento della cittadinanza. Nel caso in cui un movimento politico venutosi a creare in rappresentanza di particolari minoranze su base etnica o religiosa, dovesse divenire elemento di instabilità e/o foriero di disordini e/o di richieste in contrasto con il nostro ordinamento giuridico, verrà immediatamente sciolto e i suoi rappresentanti puniti secondo le normative previste.

COMMISSIONE 3
PER L'EDUCAZIONE OLISTICA CHE CONIUGA CONOSCENZA, VALORI E OPERE (ISTRUZIONE, FORMAZIONE TECNICA E PROFESSIONALE, RICERCA SCIENTIFICA)

Coordinatore: Marialuisa Chiara
Membri: Andrea Sartori, Azer Sherif, Carlo Passarotti, Caterina Saletti, Chiara Cerutti, Daniela Vario, Edoardo Bellafiore, Enrico Dessy, Gianluca Valpondi, Giovanna Liotti, Giuseppina De Giosa, Ildikò Anna Halàsz, Livia Matarazzo, Marcello Sartori, Maria Amodio, Maria Gulizia, Marialuisa Chiara, Maurizio Dossena, Michèle Leks, Michele Righini, Nino Caruso, Paolo Vitale, Sarah Hanna, Silvia Baldi, Silvia Graziotti, Vanda Vinci, Vittorio Zedda

Il Memorandum Europeo sull’Istruzione e la Formazione Permanente, nel messaggio chiave cinque - Ripensare l’orientamento - fa un richiamo esplicito a un orientamento "olistico". Un invito a "una visione globale e integrata che tenga conto delle differenze e delle molteplicità, tendendo al contempo al superamento della frammentarietà che connota attualmente la gamma dei diversi interventi con cui, a livello istituzionale e sociale si tende a rispondere a esigenze complesse degli individui." Allo stesso modo troviamo, all’interno di documenti ufficiali del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, un invito a valorizzare l’assunzione di una gender perspective, in quanto implicitamente portatrice di un approccio olistico.
Cosa significa "olismo"? Per dirla con David Bohm, fisico quantistico teorico, uno degli scienziati più originali ed evoluti del nostro secolo, famoso per le sue innovative ipotesi scientifiche e per la sua collaborazione con il fisico Einstein, “olismo significa comprendere le apparenti divisioni come parti inscindibili dell'unità. Per l'olismo l'esistenza è una organica e indivisibile totalità: la coscienza/informazione rappresenta la sua dimensione implicata o soggettiva, la materia/energia la sua dimensione esplicata o oggettiva. La cultura scientifica si è sviluppata nella frammentazione delle sue discipline e specializzazioni perché ha studiato solo l'aspetto materiale/energetico della realtà e dell'uomo, caratterizzato dalla molteplicità e complessità delle forme e dei fenomeni. La visione olistica-unitaria nasce quando comprendiamo che la coscienza è il centro che unifica la vita in ognuna delle sue infinite dimensioni. E' necessario rifondare il nostro modo di vedere e comprendere le cose, iniziando col percepire in ogni essere l'unità tra materia e coscienza ossia tra la forma oggettiva del corpo e il contenuto soggettivo di informazione della psiche”.
L'educazione olistica implica un diverso approccio nell'insegnamento e una diversificazione di contenuti. In quanto partito non possiamo entrare nel merito. La libertà di insegnamento è codificata dall'articolo 33 della Costituzione.
Possiamo però operare per garantire la possibilità che questo possa avvenire, in una scuola dove il disordine regna sovrano e dove la funzionalità si deve, nella maggior parte dei casi, al 40% dei docenti preparatissimi e carismatici che personalmente, per scelta, operano con coraggio e professionalità in nome di irrinunciabili principi etici.
Come gruppo però, possiamo presentare dei "progetti".
Istruzione e la deriva educativa della scuola italiana. Verrà esaminata la realtà italiana in quella che è la sua desolante realtà (scuola dell'obbligo, superiori, università). Il prof. Zedda, nel 1989, durante un convegno perveniva ad alcuni risultati ancora condivisibili. Ed è una amara constatazione. I problemi emersi sono evidentemente naufragati nel paludoso mare di una scuola che non conosce evoluzione positiva, proprio perché non più portatrice di "valori". Ci proponiamo quindi di considerare come problemi emergenti delle scuole: l’autonomia, la dirigenza, l'unità scolastica, l'uguaglianza delle opportunità, il contesto di applicabilità in rapporto a relazioni sindacali, garantismo, incontrollabilità del sistema, utilizzazione degli organici nazionali dei docenti. Tenendo conto delle modalità attuali dell'organizzazione, dei profili professionali, dell'agibilità, della gestibilità, funzionalità e funzionamento del servizio, delle competenze politiche e tecniche, della mancanza dei valori fondamentali in seno alle varie componenti scolastiche.
Pertanto andremo ad esaminare lo stato attuale di depressione del ruolo dirigenziale, inabile e inidoneo a gestire l'AUTONOMIA da adeguare al governo e al pilotaggio; la Politica dell'occupazione docente strabocchevole di precariato in concomitanza con la politica della qualità della scuola e nella scuola (come riconvertire una politica della quantità verso una politica della qualità). Enucleando due nodi fondamentali: 1. l'incentivazione (in rapporto alla qualità della scuola, al prodotto, all'autonomia, ecc. ecc.): forme, applicazioni, limiti, contraddizioni, funzionalità, efficacia, erogazione, ruolo del dirigente ; 2. il controllo, la verifica, la misurabilità dei risultati e del prodotto formativo e dei livelli di produttività nell'interesse dell'utente. E infine la grande scelta: Scuola pubblica o privata?
Per quanto concerne l’università ci proponiamo di indagare alla luce delle recenti soluzioni del ministro Gelmini alcuni punti chiave, individuando come in tutti gli altri campi soluzioni alternative: la trasparenza dei concorsi; il reclutamento dei ricercatori/i ricercatori; le assunzioni; i fondi destinati alle Università; il diritto allo studio.
Per quanto riguarda la formazione tecnica e professionale (v. decreto legislativo 10 settembre 2002, n. 276, denominato “Riforma Biagi” per quanto riguarda il lavoro; v. “Riforma Moratti” per la scuola)
La formazione professionale dovrebbe offrire orientamento, formazione e inserimento. In particolare è detto che: offre la possibilità di assolvere l’obbligo formativo; si inserisce in maniera integrata nei percorsi curricolari scolastici; eroga la formazione professionale necessaria all’assolvimento dell’obbligo formativo per apprendisti; è inserita nei progetti di formazione integrata superiore in collaborazione con le università e le scuole medie superiori; promuove e organizza attività di aggiornamento, specializzazione e riqualificazione per coloro che sono già inseriti nel lavoro o che vogliano reinserirsi con nuove competenze; organizza corsi per il raggiungimento di qualifiche e specializzazioni professionali anche per adulti; realizza specifici corsi per coloro che fanno parte delle categorie più deboli.
Le varie attività formative si suddividono in: - interventi di orientamento alla scelta dei percorsi formativi, scolastici o del lavoro, tirocini formativi presso aziende, etc.;
- corsi di qualifica, che consentono di formare una figura professionale completa, in grado di svolgere tutte la mansioni legate alla figura stessa, in base al livello di complessità previsto;
- corsi di specializzazione finalizzati a fornire un approfondimento specifico su tecniche, tematiche o ambiti relativi alla figura professionale di riferimento;
- corsi di aggiornamento, di breve durata, destinati a chi lavora o ha comunque già maturato esperienze lavorative. Hanno lo scopo di perfezionare o aggiungere conoscenze utili allo svolgimento delle proprie mansioni, soprattutto per adeguarsi alle nuove tecnologie e procedure di lavoro.
Noi ci proponiamo di verificare se i singoli interventi siano stati realizzati e in quale modo.
Per quanto concerne la ricerca scientifica non solo abbiamo individuato i mali, ma anche alcune possibili soluzioni. In primis eliminazione delle ricerche inutili da parte di Università, CNR, Istituti di ricerca. Indi la creazione di una commissione ministeriale di esperti efficienti, professionalmente qualificati all'interno del Ministero dell'Educazione e della Ricerca che abbia come obiettivo:
1) ristrutturazione del CNR e dei vari istituti di ricerca di cui possano venire controllate la qualità della ricerca e le spese relative,
2) assunzione mediante concorsi controllati di personale qualificato, di cui si possa misurare efficienza e produttività,
3) stesura di programmi ben definiti di ricerche che ambiscono al finanziamento dello stato,
4) definizione in ogni singolo progetto degli obiettivi della ricerca,
5) controllo trimestrale dello Stato in riferimento agli esiti della stessa,
6) presentazione di relazioni annuali,
7) pubblicazione dei risultati, preceduti se è il caso da eventuale brevettazione dei risultati stessi, necessari per autosfruttamento con autofinanziamento.

COMMISSIONE 4
PER LA TUTELA E VALORIZZAZIONE DELL’AMBIENTE

Coordinatore: Alfonso Di Pasquale
Membri: Anna Schiavone, Fabio Invernici, Giovanni Battista Nicoli, Giovanni Dorigo, Giulio Franzini, Giuseppe Marchetti, Guido Antonelli, Marino Antonelli, Michele Righini, Mirko De Boni, Paolo Vitale, Pasquale Del Prete, Roberto Pazzi, Silvano Bozzo.

Orientamento generale:
Con questo documento ci poniamo l’ambizioso obiettivo di costruire l’identità ambientalista del movimento e di identificare delle proposte concrete che esplicitino in sostanza i concetti e i principi del movimento.
Il primo elemento di innovazione e’ l’aver considerato gli ambiti dell’energia, dei trasporti, dell’urbanistica, dell’architettura e della gestione di acqua e rifiuti non come elementi disgiunti ma come facenti parte di un unico indirizzo incentrato sull’uomo in un contesto sempre più internazionale. La sfida identitaria consiste nell’attualizzare in Italia i principi generali dell’ambiente, valorizzando al tempo stesso le differenze del nostro territorio, caratteristica che lo rende un patrimonio unico al mondo.
Tutela e valorizzazione dell’ambiente sono due concetti che non possono essere separati, ed entrambi hanno al centro l’uomo. E’ impensabile separare l’ambiente dall’uomo. Senza ambiente l’uomo non avrebbe dove esistere, ed è per questo che la responsabilità delle conseguenze dell’azione dell’uomo sull’ambiente va considerata ben oltre l’orizzonte del breve termine, tenendo presente che, più che in ogni altro campo, le conseguenze delle nostre azioni determineranno in maniera sostanziale le condizioni di vita non solo nostre, ma anche e soprattutto quelle delle generazioni future di tutto il mondo.

Il concetto fondamentale al centro delle proposte da noi elaborate deve essere quello del cosiddetto “ambientalismo attivo ed umano”, cioè il rispetto per l’ambiente che ne prevede anche la valorizzazione. Ci proponiamo di superare una deificazione asettica dell’ambiente avulso dall’uomo e dalla sua potenziale azione di trasformazione che si risolve in una specie di adorazione immobilistica. L’uomo, che naturalmente aspira al bello, ha il diritto di utilizzare l’ambiente e le sue risorse per migliorare le sue condizioni di vita, ma lo deve fare cercando di offrire nuovi parametri agli equilibri dell’ecosistema e soprattutto garantendo che anche le generazioni future possano avere la possibilità di beneficiare dell’ambiente e delle sue risorse attraverso regole condivise

Urbanistica
Orientamento specifico: - Favorire un modello urbanistico ed abitativo che salvaguardi la dignità della persona, si integri in modo armonioso con la natura, corrisponda alla naturale vocazione dell’Italia ad essere la principale meta del turismo mondiale.

Tutto il territorio italiano è il frutto dell’azione e del lavoro dell’uomo che nel corso dei secoli ha trasformato una natura ostile (tale era l’Europa all’inizio del processo di civilizzazione) in un habitat civile, disboscando foreste, deviando fiumi, modificando le coste, costruendo strade ed edificando città.
Qualcosa però si è incrinato nell’equilibrio tra azione umana e ambiente nel corso del XX secolo. Ed è questa mancanza di equilibrio che ha portato al dissesto del nostro territorio. Si tratta di invertire questa tendenza e tornare a concepire l’azione umana come azione che modifica il territorio per migliorarlo.
Il movimento si pone per l’edilizia quello di creare delle condizioni di forte agevolazione ed incentivo (detassazione anche completa, sussidi, provvidenze speciali) per chi "sanasse" delle situazioni fortemente compromesse (pensiamo agli immensi complessi industriali dismessi specie nel sud Italia). Agevolare soprattutto chi perseguisse degli obiettivi in "qualità" anche per l'edilizia industriale, spesso osteggiata. a causa degli scarsi controlli sugli interventi. La crescita produttiva ed economica del paese non può prescindere da un ri-disegno dei siti industriali, spesso riproducenti lay-out superati, si pensi anche allo stato fatiscente del nostro sistema alberghiero e ricettivo la cui adeguatezza ed efficienza sono invece precondizioni essenziali per un rilancio a scala globale della nostra offerta turistica.

Si tratta quindi di innescare un processo che porti allo stesso tempo ad un rinnovamento e adeguamento delle strutture edilizie in armonia con le condizioni ambientali, le caratteristiche geologiche, con particolare riferimento al rischio idrogeologico (pensare alle recenti tragedie di Ischia e Messina) e salvaguardando le specificità identitarie del territorio, anche con l’ambizione di migliorarle.

A tale scopo ci proponiamo l’ambizioso intento di promuovere una riforma urbanistica non solo con l’obiettivo di “snellire le procedure” o “abolire procedure inutili” (che sono moltissime) ma anche con un contenuto tematico forte. L’azione sul tema urbanistico deve seguire il criterio della “eco-densità” e cioè il blocco del consumo di nuovo territorio e la “sostituzione” del patrimonio edilizio anche con l’aumento della volumetria. Tale riforma si dovrebbe porre le seguenti finalità principali:
1. Incentivare il recupero del patrimonio esistente, non solo come preservazione e cura delle eccellenze storiche, ma anche le "demolizioni e ricostruzioni", favorendo le nuove costruzioni in luogo delle vecchie.
2. Forte incentivazione, fino alla detassazione completa ed eventuale facilitazione per l’accesso al credito per chi sana delle situazioni fortemente compromesse, anche industriali e/o geologiche
3. Forte incentivazione a chi persegue degli obiettivi di “qualità” per l’edilizia, anche industriale, sia dal punto di vista architettonico che energetico
4. Promuovere un’azione di tipo culturale e divulgativo sulla necessità di rinnovamento urbanistico edilizio dato che oggi fortissimi sono i preconcetti e gli atteggiamenti superficialmente conformistici su queste tematiche che in sostanza e dopo variegate evoluzioni concettuali si concludo quasi sempre con un "è meglio non fare nulla" da una parte e con un "speculiamo ovunque e comunque" dall'altra. Tale campagna si pone come obiettivi di comunicare che:
- L'intervento umano può e anzi deve migliorare l'ambiente
- Lo scempio ambientale perpetrato dagli anni 50 ad oggi si può e si deve recuperare proprio intervenendo in modo positivo per migliorare.
5. Preservare il terreno non edificato e utilizzare meglio quello già edificato consentendone una trasformazione / sostituzione edilizia più agevole e premiale sia in termini economici che di densità proprio a partire dai punti del territorio già compromessi da interventi passati negativi.
6. Promuovere la qualità architettonica ed energetica in ogni settore edilizio ma soprattutto in quello industriale e produttivo che costituisce per sua natura una parte dimensionalmente molto consistente dell’intero patrimonio costruito.
7. Applicare immediatamente i principi dei primi 6 punti al patrimonio edilizio pubblico

Gestione dell’acqua
Orientamento specifico: Affermare il diritto dei cittadini all’acqua potabile nelle singole abitazioni, abbattendo i costi sempre più elevati dell’acquisto di acque imbottigliate e eliminando alla radice il problema sempre più serio dell’inquinamento prodotto dalla dispersione della plastica.
Partendo dal principio che l’accesso all’acqua è un diritto inalienabile della persona in quanto essere umano, ribadito anche in maniera forte dalla recente enciclica “Caritas in veritate” di Benedetto XVI, il movimento propone la trasparenza della gestione dell’acqua sia che essa sia gestita da enti pubblici e sia da enti privati tramite , non prediligendo né l’una né l’altra forma di gestione, secondo le seguenti misure:
1. Trasparenza:
a. Pubblicazione e libero accesso via internet dello statuto dell’ente di gestione dell’acqua, dei nomi dei componenti del capitale sociale, e dei manager responsabili dell’ente
b. Registrazione e messa a disposizione del pubblico di tutte le riunioni del consiglio di amministrazione dell’ente di gestione del acqua, e relative deliberazioni
c. Pubblicazione e libero accesso della rendicontazione finanziaria dell’ente di gestione dell’acqua
d. Pubblicazione da parte di un ente autonomo ed indipendente di un registro nazionale dei parametri di qualità dei vari enti di gestione dell’acqua, con particolare enfasi per: costo unitario dell’acqua, percentuale di accesso singoli cittadini, parametri tecnici di qualita’ dell’acqua municipale
2. Privatizzazioni, fissare i principi di costo massimo dell’acqua prima della sua privatizzazione e soprattutto non cedere il controllo di un bene pubblico ad un monopolio privato, ma assicurare che la privatizzazione dia luogo ad un regime di gestione della cosa pubblica da parte di enti in competizione fra loro.
3. Tassa di “impatto ambientale” per l’acqua imbottigliata a vantaggio delle Comunità locali che tenga in considerazione sia i materiali utilizzati per l’imbottigliamento, sia le logiche di riciclo di tali materiali e sia la distanza dai luoghi di imbottigliamento, che incentivi la commercializzazione delle acque prodotte localmente e che applicano metodologie di recupero dei materiali per l’imbottigliamento
4. Incentivare, con sgravi fiscali e accesso al credito, la costruzione di impianti di raccolta delle acque meteoriche,
5. Incentivare, laddove possibile ed opportuno, iniziative di distribuzione parallela di acqua ad uso non domestico per salvaguardare l’acqua potabile
6. Protezione e valorizzazione delle falde acquifere nazionali e dei corsi d’acqua dolce
7. tutela e valorizzazione delle aree strategiche adatte al rifornimento di acqua ai fini idropotabili
8. Censire le eccellenze nazionali e internazionali nel settore della gestione dell’acqua

Energia e Rifiuti
Orientamenti specifici:
Favorire un sistema di autosufficienza energetica delle singole abitazioni tramite la diffusione di tecnologie avanzate ed economiche per la produzione dell’energia per l’acqua calda, il riscaldamento e l’illuminazione domestica.
Optare per le fonti energetiche pulite e rinnovabili, affrancandoci dalla schiavitù degli idrocarburi che l’Italia è costretta a importare da Paesi retti da regimi autocratici, come la Libia e la Russia, pagando un caro prezzo anche in termini di offesa alla propria dignità nazionale e di violazione della nostra indipendenza politica.
Trasformare i rifiuti urbani in una risorsa energetica e in materiali da riciclare per la produzione di beni utili, da corrispondere ai cittadini che collaborano nella raccolta differenziata dei rifiuti.

Il principio tecnico di base per l’energia è cercare di razionalizzare la produzione già esistente aumentandone l’efficienza, ridurre l’impatto ambientale della produzione di energia tramite l’incentivazione di produzione di energia utilizzando fonti rinnovabili o inesauribili e il potenziamento della generazione diffusa di energia e calore. In pratica tutte le nostre proposte dovrebbero rispondere al principio delle quattro “R”:
Ridurre (soprattutto gli sprechi)
Recuperare (cogenerazione)
Riciclare (Rifiuti e materiali)
Rinnovare applicata agli impianti di produzione di energia elettrica
In generale il movimento non predilige né delle specifiche tecnologie e né la macrogenerazione rispetto alla microgenerazione. Tramite strumenti quali l’incentivazione, la facilitazione al credito e il finanziamento ci proponiamo di ottenere i risultati esposti nell’orientamenti specifici.

Proposte per il movimento
1. L’energia viene prodotta essenzialmente per due utenti diversi: Uso domestico e Uso industriale. L’uso domestico e’ di gran lunga quello in cui si verificano i maggiori sprechi, una serie di politiche che favoriscano la riduzione degli sprechi, alcune gia’ esistenti, come la legge europea 76/93 sulla certificazione energetica degli edifici, che impone determinate caratteristiche energetiche come propedeutiche per la concessione delle licenze edilizie.
2. Fissare obiettivi ambiziosi per i rendimenti delle dotazioni di riscaldamento domestici (tipo caldaie private o altro)
3. Il problema dell’efficienza delle centrali termoelettriche in Italia e in Europa non è sufficientemente considerato. Si dovrebbe cercare di investire nel potenziamento dell’efficienza attuale e fissare degli obiettivi ambiziosi da raggiungere per la rete esistente prima della costruzione di nuove centrali (attualmente il rendimento medio delle centrali Enel non supera il 40%, quando per centrali convenzionali moderne non è impossibile portarlo al 60%)
4. Incentivazione fiscale e finanziaria per le utenze a basso consumo (lampade, elettrodomestici, ecc…)
5. Facilitazione dell’accesso al credito per quei progetti che dimostrano un rapporto costi/benefici positivo dal punto di vista energetico (inclusa ad esempio la produzione di biocombustibili e le pompe di calore), su scala micro o macroscopica..
6. Incentivazione della cogenerazione locale con inserimento in rete dell’energia prodotta in eccesso
7. Estensione di istituti di incentivazione (ma non di finanziamento a fondo perduto) simili all’attuale conto energia in cui l’onere iniziale non pesa sulla società ma sul privato, della produzione di energia elettrica o di calore distribuita utilizzando fonti rinnovabili (per esempio, ma non solo, biomasse, geotermico residenziale, fotovoltaico, eolico ecc…), con riversamento ed acquisto in rete dell’energia in surplus prodotta includendo tutti gli impianti, anche e soprattutto i più piccoli, il cui impatto ambientale risulta contenuto.
8. Legalizzazione della produzione di biocarburanti tramite biomasse, con particolare attenzione al bacino di rifornimento delle biomasse (per evitare un alterazione dei meccanismi agricoli e del costo del grano)
9. Facilitazione dell’accesso al credito per le ristrutturazioni energetica di abitazioni e condomini
10. Pubblicazione di un registro di trasparenza, come quello proposto per l’acqua, sulle centrali elettriche, censendone l’efficienza e i costi
11. Applicazione rigorosa delle norme Europee, e previste sanzioni, sul riciclo dei rifiuti urbani con pubblicazione di registri di trasparenza accessibili a tutti
12. Promozione di una campagna di sensibilizzazione, soprattutto negli istituti di formazione, sull’importanza del trattamento e riciclo dei rifiuti urbani.
13. Potenziamento dei finanziamenti della ricerca pubblica e dell’incentivazione di quella privata per tecnologie basate su fonti rinnovabili ed inesauribili (come per esempio la fusione nucleare, il fotovoltaico concentrato, l’eolico combinato con il marino, etc)
14. Valorizzare la recente scelta del ritorno al nucleare come opportunità per potenziare la ricerca sul nucleare di IV generazione, limitando allo stretto indispensabile la proliferazione del nucleare a fissione di antica concezione

Trasporti
Orientamento generale: Investire in un sistema nazionale e comunitario europeo di trasporti che riduca drasticamente l’inquinamento atmosferico e acustico, salvaguardi la salute delle persone, ottimizzi l’uso delle fonti energetiche, abbatta i costi per la collettività.
I trasporti sono responsabili per circa un quinto delle emissioni totali di CO2 e per quasi la metà del fabbisogno di petrolio comunitario. E’ chiaro che agire sugli assi della riduzione dei consumi e della dipendenza dal petrolio (il cui prezzo dovrebbe triplicare nei prossimi 20 anni secondo alcuni), considerando anche che l’urbanizzazione dovrebbe continuare fino a portare all’80% della popolazione europea residente in città nel 2020, è un obiettivo chiave di qualsiasi amministrazione pubblica che abbia a cuore la salvaguardia e il miglioramento delle condizioni di vita della comunità

Proposte del movimento:
1. Potenziamento e rinnovamento delle infrastrutture soprattutto nel settore del trasporto aereo e su rotaie
2. Incentivare il telelavoro o comunque forme di lavoro a distanza per quelle funzioni che lo permettono
3. Incentivare soluzioni di mobilità ad impatto ambientale minimo o nullo, istituendo zone protette per la circolazione di tali veicoli ed istituzionalizzando aree di parcheggio a loro riservate
4. Incentivare modelli di micro mobilità multipla pubblica o privata (tipo il car-sharing)
5. Fissare obiettivi di impatto ambientale degli autoveicoli sempre più ambiziosi
6. Incentivare, detassando e facilitandone l’accesso al credito, quei veicoli il cui impatto ambientale supera gli obiettivi fissati al punto 4, indipendentemente dalle soluzioni tecnologiche scelte (idrogeno, ibrido plug-in, elettrico, ecc…)
7. Facilitare l’accesso al credito per quelle iniziative imprenditoriali che si pongono degli obiettivi di favorire la mobilità individuale o multipla ad impatto ambientale minimo
8. Limitare l’utilizzo di automezzi e autoveicoli in determinate zone in funzione del loro impatto ambientale
9. Disincentivare fino a proibire completamente l’utilizzo degli autoveicoli ad alto impatto ambientale nei centri storici
10. Rendere la maggior parte dei servizi amministrativi accessibili via internet o posta in modo da evitare spostamenti per pratiche amministrative
11. Incentivare il car-pooling sia in centri urbani che extraurbani, creando zone di accesso e viabilità riservate al car-pooling
12. Azzerare progressivamente l’impatto ambientale della rete di trasporto pubblico, con relativa modernizzazione
13. Garantire l’infrastruttura telematica adeguata (accesso in banda larga e wi-fi) e gratuita per poter offrire soluzioni di mobilità integrata

COMMISSIONE 5
DELL’ECONOMIA SOCIALE E DI MERCATO

Coordinatore: Pierluigi Priori
Membri: Achille Guastalli, Aleks Kapllaj, Alessandro Trezza, Antonello Cattelan, Antonio Marino, Azer Sherif, Barbara di Mastrorocco, Cinzia Puccini, Daniela Vario, David Paolucci, Ernesto Castaldo, Ernesto Piano, Eugenio Moretti, Flavio Romanello, Francesco Manzella, Francesco Schiesaro, Gabriele Romano, Giovanni Carluccio, Giovanni Dorigo, Giulio Franzini, Luca Manicardi, Mario Petrocelli, Massimiliano Trezza, Matteo Martinoli, Mimmo Fasano, Nino Caruso, Osea Coratella, Pier Luigi Priori, Renato Brancaleoni, Samir Wahba, Sarah Hanna, Tommaso Monfeli, Vanda Vinci

Dopo il crollo del comunismo e la grande crisi economico-finanziaria dei paesi più avanzati, cui ha portato l’estremizzazione di un liberismo senza più contrappesi, il concetto di Economia Sociale in questi giorni è di straordinaria attualità. Il concetto di economia sociale implica che l’organizzazione finanziaria dello stato ed i suoi indirizzi economici siano al servizio della massa dei cittadini, e non di oligarchie ristrette. Fino alla caduta del muro di Berlino le logiche del capitalismo e le sue perversioni erano state temperate dalla necessità di mantenere il consenso delle masse.
Le basi distorte della finanza e di una certa imprenditoria del mondo “libero” sono state poi attore maggiore della globalizzazione selvaggia che ha travolto i paesi più sviluppati. Dobbiamo ora prendere atto del sostanziale fallimento del modello capitalista di sviluppo economico noto come liberismo, che immaginava che il semplice equilibrio tra la domanda e l’offerta assicurasse la salvaguardia e la crescita del mercato.
Per poter “rifondare” su nuove basi un sistema che anche nel nostro paese è ormai fortemente compromesso, assicurandone nel contempo la stabilità nel tempo, prima di esaminare i nostri punti di forza e di possibile ripresa, in armonia con etiche di una cultura cristiana riflessa nel mondo dell’economia e del lavoro, dobbiamo considerare i principali peccati originari del sistema finanziario e di questo genere di globalizzazione. Solo se si porrà rimedio alle devianze ed alle diseconomie di un quadro macro-economico del quale i media poco parlano, gli interventi micro-economici che andremo a proporre in diversi settori potranno portare a risultati concreti.
Il fallimento del liberismo estremo e del modello consumistico propagandatoci dalle oligarchie che negli ultimi anni di generale impoverimento morale hanno pilotato finanza e commercio, portando il mondo (ad eccezione della Cina) alla recessione degli ultimi due anni, ci incoraggiano alla ricerca di vie nuove. Ricordiamo a questo punto alcuni fondamenti della dottrina economica e sociale della chiesa. Diceva Leone XIII: “E’ necessario che la società civile, essendo ordinata al bene comune, promuova la pubblica prosperità”. Per la “Mater et Magistra”, l’enciclica di Giovanni XXIII, il bene comune “ Si concretizza nell’insieme di quelle condizioni che consentono e favoriscono negli esseri umani lo sviluppo totale della loro persona”, ed anche: ”La presenza dello Stato non va attuata per ridurre sempre più la sfera di libertà dell’iniziativa personale dei singoli cittadini, ma anzi per garantire a quella sfera la maggior ampiezza possibile nella effettiva tutela, per tutti e per ciascuno, dei diritti essenziali della persona”. Nel suo “Chiesa e Politica”, G. B. Guzzetti, fra i maggiori studiosi dell’argomento, commenta che: “Il cristiano non può sostenere comportamenti politici che si rifanno unicamente e necessariamente ai principi illuministico-liberali”, e “Possono esistere diversi sistemi politici cristianamente ispirati. Essi si differenziano non per i principi ma per il modo di valutare la realtà stessa”. Nel suo saggio “Cristianesimo ed Economia”, lo stesso Guzzetti dice che un sistema economico deve produrre solo “quello che in qualche modo serve allo sviluppo di tutto l’uomo e di tutti gli uomini”. Importante è quindi la ricerca dei beni che veramente servono all’uomo: la validità di un sistema economico è legata ai beni che produce. Per quanto riguarda la proprietà privata, Leone XIII scrive: “la Terra, sebbene divisa fra i privati, rimane ugualmente al servizio e beneficio di tutti”.
Prendendo spunto dalla enciclica “Caritas in Veritate” di Papa Benedetto XVI, i credenti hanno il dovere di unire i loro sforzi con tutti gli uomini e le donne di buona volontà a prescindere dal credo religioso, affinché il nostro mondo corrisponda al progetto divino di VIVERE COME UNA FAMIGLIA: cioè di ispirare i nostri rapporti ai principi di sussidiarietà e solidarietà.
Dobbiamo a questo punto prendere atto che la dottrina sociale della Chiesa e la prospettiva di un nuovo modello di sviluppo economico che s’ispira all’economia sociale di mercato è di straordinaria attualità, dal momento che è evidente che solo individuando dei parametri qualitativamente diversi che mettano al centro la persona e perseguano il bene comune potrà essere garantito l’interesse dell’impresa sul medio e lungo termine.
Ciò premesso, le direttive e le proposte di lavoro della “Commissione per la Promozione dell’Economia Sociale e di Mercato” sono le seguenti:
1-Approfondimento dei meccanismi finanziari che ora vincolano il sistema economico e produttivo a vantaggio di quello bancario, per supportare l’azione del nostro Presidente in sede europea, ed informare la cittadinanza con gli strumenti a nostra disposizione. Intendiamo così portare il nostro contributo alle forze che in Europa vogliono nuove regole per il sistema finanziario e bancario, che da strumento e servizio dell’insieme economico ne è progressivamente diventato padrone e beneficiario. Sarà opportuno un collegamento con la Commissione 7 (per una Informazione Corretta e Responsabile). Si deve riaffermare la supremazia del potere politico su quello bancario: in un ottica di bene comune gli stati devono tornare ad emettere direttamente moneta, e regolarne poi meglio le modalità di moltiplicazione e controllo da parte delle banche.
2- Studiare e proporre logiche ed etiche ai processi di globalizzazione selvaggia. Solo così potranno essere salvati i vari comparti produttivi (ceramico-piastrelle, meccanica, ecc), che ne sono stati investiti dopo il tessile-abbigliamento. Indicazioni del coordinatore alla Commissione: dato per assodato che sistemi produttivi assolutamente eterogenei e con costi del lavoro enormemente dissimili debbano competere senza tariffe doganali e sullo stesso piano, perlomeno valga il concetto di reciprocità, perché troppo spesso nei paesi cosiddetti “in via di sviluppo”, a partire dalla Cina, pastoie burocratiche ed amministrative rendono lentissime ed ostacolano le importazioni. Le intese fra l’amministrazione americana e la Cina sull’ambiente hanno lasciato isolata l’Europa nella sua battaglia per la sopravvivenza del pianeta e dei suoi abitanti. Per rendere più competitivi i loro prodotti, diversi paesi operano senza coscienza ecologica ed ignorando il costo ambientale di quanto producono, che scaricano poi ampiamente maggiorato sulla comunità mondiale. E’ necessario che l’Europa compensi il danno che deriva alla sua economia da quello ambientale globale con tariffe doganali (da chiamare in qualsivoglia maniera) per le merci in entrata dai paesi che non condividono le nostre politiche ambientali. Suggeriamo a questo riguardo un collegamento con la commissione 4 (Tutela e Valorizzazione dell’Ambiente) . Vanno poi potenziate le strutture di verifica della tossicità e pericolosità dei prodotti importati. In ultima analisi, sarebbe opportuno che istituti di certificazione corrispondenti dei nostri operassero nei vari paesi di provenienza delle merci, e solo aziende con determinate caratteristiche di qualità (anche ecologica) possano esportare senza difficoltà le loro merci nell’Unione Europea. Ipotizziamo anche che non possano circolare liberamente merci prodotte da aziende che utilizzino lavoro minorile nelle fasce più basse di età, e da quelle che non adottino politiche minime di sicurezza sul lavoro compatibili con quelle dell’Unione Europea.
3- Ricordare come la Famiglia costituisca il modello base di sussidiarietà e solidarietà che va riproposto in scala maggiore nelle economie più grandi per dar corpo allo sviluppo di un sistema sano, responsabile e sostenibile. La famiglia è il primo welfare della comunità: il primo insostituibile baluardo alle crisi economiche in quanto è “ stanza di compensazione” dei redditi del nucleo, ridistribuiti nel suo ambito, per fronteggiarne le esigenze essenziali. Essa è l’impresa originaria sulla quale si sviluppano, a seguire, tutti i successivi stadi economici. E le sue attività rappresentano spesso in ambito economico significativi investimenti a medio e lungo termine: educazione, formazione e istruzione dei figli, acquisto di beni mobili ed immobili, risparmio quale volano dell’economia,ecc. Aldilà dei campi di applicazione, per dare concretezza al sostegno che merita l’IMPRESA FAMIGLIA, dobbiamo interrogarci sugli aiuti che maggiormente potranno aiutarne lo sviluppo: fiscalità dedicata, incentivi economici ed aiuti strutturali.
Fiscalità dedicata significa inserire nel nostro ordinamento il principio del “quoziente familiare”, che consentirebbe agevolazioni alle famiglie sulla base del rapporto tra il numero dei componenti e il reddito complessivo, come in altri paesi europei. Per incentivi intendiamo agevolazioni economiche e finanziarie per la nascita e lo sviluppo di imprese a conduzione familiare. Gli aiuti strutturali necessari (asili nido, scuole a tempo prolungato con refezione, attività sportive, centri di socializzazione, assistenza socio-sanitaria per i componenti più deboli ) rappresentano interventi per agevolare le famiglie nelle loro incombenze quotidiane.
4-Dato un contributo alla rimozione dei vincoli finanziari che ostacolano il sistema, e proposti quelli indispensabili ad una regolamentazione etica della globalizzazione selvaggia in corso, rivalorizzata la famiglia come base per ogni aggregazione economica e sociale, dobbiamo definire gli ambiti lavorativi che, valorizzando le risorse naturali dell’Italia e le peculiarità legate all’ingegno degli italiani, risultino ottimali per una crescita sana della persona e dell’insieme della società.
Dobbiamo partire dal presupposto che il tessuto produttivo italiano è profondamente cambiato negli ultimi quaranta anni: le nostre grandi industrie metal meccaniche, con nomi “storici” noti in tutto il mondo, sono da tempo sparite. Lo stesso vale per le acciaierie, dove sono sopravvissute solo attività di punta ed il poco che dismesso dallo stato è stato poi assorbito da Marcegaglia ed altri. Spariti da tempo i tre colossi chimici (Montedison, Sir, attività relate del gruppo Eni), ora l’azienda più visibile è il gruppo Mapei, che in altri tempi sarebbe stata considerata al massimo di dimensioni medie. Altrettanto si dica per la farmaceutica, dove dopo la fine delle nostre maggiori aziende siamo diventati territorio di conquista di colossi esteri, di ben altre dimensioni rispetto la nostra azienda più significativa, la Bracco. Fiat, che nei momenti di punta in Italia offriva lavoro, direttamente o nell’indotto, a centinaia di migliaia di persone, ha progressivamente portato all’estero la maggior parte della sua produzione: solo una quota modesta dei suoi duecentomila dipendenti sono ora impiegati in Italia.
Dopo la progressiva sparizione della grande industria, la delocalizzazione del settore tessile- abbigliamento, attuata in gran parte dalle aziende più grandi, ha privato l’Italia di quasi un milione di posti di lavoro. Poiché la maggior parte dei dati economici de “il Sole 24 ore” e degli altri quotidiani provengono dalle associazioni industriali di settore, influenzate dalle aziende maggiori, la progressiva deindustrializzazione del tessile non ha avuto cassa di risonanza. Per quindici anni si è scritto poco della lunga serie di ristrutturazioni e delocalizzazioni all’estero, o dei fallimenti di chi restava: il fenomeno sui giornali era mascherato con la pubblicazione dei dati aggregati di fatturato (consolidato) e degli utili delle imprese maggiori, che non evidenziavano lo slittamento delle produzioni all’estero, e come in Italia molte di esse si fossero trasformate-di fatto-in attività prevalentemente commerciali.
Quanto resta in Italia come produzione del settore TESSILE- ABBIGLIAMENTO potrà però essere salvato, ed eventualmente rivalorizzato, solo dal semplice rispetto delle norme più elementari di concorrenza leale e dagli interventi di regolamentazione dei fenomeni globalizzati sui quali già ci siamo già soffermati. Più tenace è stata la resistenza del SETTORE CALZATURIERO, anche per la forza e la coesione dei piccoli produttori all’interno della associazione di categoria. I fabbricanti italiani di scarpe hanno spesso esportato solo parte dei processi manifatturieri, ed hanno saputo ottenere in sede comunitaria qualche temperamento agli effetti della globalizzazione in corso.
Vanno comunque rilanciate e protette le attività artigianali, artistiche o meno, connesse al mondo del turismo, quindi prodotti eno-gastronomici, tessile decorativo per la casa, tessuti, abbigliamento, arredamento e pelletteria con caratteristiche regionali particolari. Anche il mondo delle ceramiche artistiche sta sparendo: si pensi che a Faenza, la città che ha dato il nome “faience” in inglese alla maiolica, da circa duecento laboratori si è scesi ad una ventina, e situazione analoga si riscontra in molti altri centri della penisola. I ceramisti sono scoraggiati da politiche che non favoriscono il turismo e la crescita del substrato culturale su cui si innesta la loro tradizione artigianale. Anche per questo gli acquisti del turista medio si orientano più facilmente su souvenirs e ninnoli “ da prezzo”, spesso di provenienza estera. E’ avvilente per i nostri artigiani trovare nel mondo copie a prezzi stracciati di nostre ceramiche tipiche, fabbricate in estremo oriente, spacciate per originali.
A questo punto , comunque vadano i tentativi di rimuovere i vincoli finanziari al nostro sviluppo, e per regolamentare la globalizzazione in atto, è essenziale investire nel TURISMO, che è la risorsa imprenditoriale naturale, pulita, rinnovabile e di maggior rilievo di cui dispone l’Italia. Il turismo ed il suo indotto offrono lavoro a quasi tre milioni di persone, ed il settore contribuisce all’economia nazionale circa il 12% del PIL. Il nostro paese offre oltre metà del patrimonio storico, artistico mondiale,cui si aggiungono gli aspetti paesaggistici e quelli caratterizzanti delle nostre tradizioni: dalle cucine regionali alla cultura, dallo stile di vita al design. Eppure, spesso per carenze di infrastrutture, ma anche per scarsa promozione e per il deterioramento del rapporto qualità prezzo delle nostre strutture rispetto i concorrenti stranieri, il numero di visitatori in Italia è in progressivo calo, e veniamo progressivamente sopravanzati dalle nazioni emergenti in questo settore. Ma il turismo resta il solo nostro macro-settore ad offrire formidabili punti di forza: dobbiamo concentrarvi sforzi e risorse affinché diventi il principale volano dell’economia nazionale. Il nostro è per molti aspetti il paese più bello ed interessante del mondo: deve tornare ad essere appetibile dalla crescente offerta turistica come tale. Ma ai punti di forza se ne affiancano oggi parecchi di debolezza. Per ovviare a questi dobbiamo:
-Dopo avere effettuato scelte strategiche per definire i paesi dai quali più ci interessa promuovere i flussi turistici, effettuare il massimo sforzo possibile in infrastrutture e collegamenti aeroportuali, coordinandolo ad opportune campagne di marketing nei territori esteri di nuovo collegamento, per favorire la conoscenza e l’interesse in quanto si viene ad offrire.
- Coinvolgere l’insieme dei comparti imprenditoriali partecipi dell’industria del turismo, dalle compagnie aeree alle catene alberghiere, dai tour operators ai ristoratori, nella promozione del flusso dei turisti stranieri ed italiani.
- Valorizzare con nuove risorse umane e finanziarie l’inestimabile patrimonio artistico, monumentale, archeologico, ambientale e termale. A questo proposito si noti la limitatissima valorizzazione di ampie aree del paese. A titolo esemplificativo cito quella del tratto costiero a nord di Napoli, fino a Capo Miseno, il porto della flotta imperiale romana del Tirreno. Le antiche costruzioni di quella area (l’antica Cuma), di inestimabile valore archeologico, sono perlopiù abbandonate in uno stato di incuria e degrado. Né nella stessa zona vengono valorizzati come meriterebbero luoghi e monumenti unici come l’antro della sibilla cumana e la tomba di Scipione Africano a Lago Patria, l’antica Liternum: situazioni di questo genere sono però comuni a tutta Italia, soprattutto nel sud, dove le vestigia del passato sono più frequenti, ma spesso dimenticate.
- Favorire la crescita dell’attività culturale nell’ambito museale, musicale, teatrale, cinematografico, galleristico, letterario, e dell’accoglienza organizzata durante convegni .
- Coltivare la cultura dell’amore per il prossimo e dell’ospitalità degli italiani, che costituisce il valore aggiunto che rende l’Italia più attraente rispetto ad altri Paesi.
- Definire gli ambiti lavorativi, oltre a quelli già precedentemente citati, che valorizzando le risorse naturali dell’Italia e le peculiarità legate all’ingegno degli italiani, risultino ottimali per una crescita sana della persona e dell’insieme della società.
Il nostro potenziale turistico, anche se esplicato in pieno, non potrà comunque supportare completamente il paese: anche al di fuori dell’indotto turistico dobbiamo quindi favorire il consolidamento della piccola e media impresa che costituiscono il fulcro della produzione economica nazionale, con una adeguata politica di snellimento burocratico, agevolazione nell’accesso al credito, riduzione delle imposte. E’ necessario quindi:
-Promuovere il sistema Italia e l’occupazione: gli italiani sono popolo di grande ingegno, creatività, gusto. Debbono essere mantenuti, favoriti e tutelati dalle imitazioni gli indotti della moda, del design nell’arredamento, dai mobili per la casa ed il ”contract” agli accessori ed all’illuminazione. Vanno valorizzatele attività di nicchia che il genio e l’intuito tecnologico dei nostri compatrioti inventano di continuo in ogni settore: ricordiamo come In Italia si fabbrichino le auto sportive più ammirate, macchine utensili di tecnologia esclusiva, ecc.
- Approfondire il difficile rilancio della nostra AGRICOLTURA in un mondo globalizzato, con consumatori mediamente più poveri e sensibili al richiamo del prezzo, e per di più dominato dalla Grande Distribuzione Organizzata. La maggior parte delle nostre aziende agricole sembrava condannata dalla sua dimensione relativamente piccola, che impediva la realizzazione di profitti derivanti dalle economie di scala. Speranza per il nostro comparto viene ora dalla nuova coscienza ecologica di chi rileva il tremendo impatto ambientale degli enormi costi di trasporto di prodotti agricoli da un lato all’altro del pianeta. E’ nata così la filosofia di consumo di prodotti “a distanza zero”, provenienti dall’area immediatamente circostante il punto di vendita e consumo. Si tratta in genere di prodotti venduti senza intermediari commerciali, ed ovviamente di stagione. Questo trend si somma alle tendenze del movimento “Slow Food” di riscoperta di tanti prodotti tipici, ed alla crescita di una verificabile “agricoltura biologica”, quindi senza pesticidi e concimi chimici, posta in località accessibile al consumatore finale. In un’ottica ecologica e di sviluppo della nostra agricoltura, favoriamo quindi le vendite dirette dai Farmers Market e dagli spacci dei singoli contadini, e la diversificazione produttiva dell’agricoltura biologica. Iniziative di questo genere stanno anche nascendo anche nell’ ALLEVAMENTO ZOOTECNICO. Ogni sforzo va poi effettuato per il mantenimento di immagine e dello sviluppo commerciale dell’industria basata sui prodotti della nostra ENO-GASTRONOMIA, che contempera le nostre materie prime con le tradizioni, e per la sua necessaria tutela dalle imitazioni nel mondo.
-Approfondire le tematiche sulla PESCA. Soprattutto nel Mediterraneo il pesce in mare è sempre meno, diminuiscono i pescatori e la loro età media si innalza, ma la richiesta di pesce continua ad aumentare. Poiché il mare non è riserva inesauribile, e di conseguenza la pesca deve essere sostenibile, si potrà far fronte alla crescente domanda solo con un adeguato sviluppo degli allevamenti ittici marini, la cosiddetta acquacultura.
Di fronte alle restrizioni di credito ed alla carenza di denaro generata dalle politiche delle banche maggiori, abbiamo riscontrato negli ultimi due anni l’impegno di molte piccole banche legate al territorio, a partire da quelle di credito cooperativo. Molte piccole e medie imprese, spina dorsale della nostra economia, devono la loro sopravvivenza in questi anni di recessione proprio alla maggiore flessibilità e disponibilità di questi istituti e di queste casse. Per promuovere un’economia sociale di mercato saranno necessarie alleanze strategiche con strutture bancarie di questo genere, che ne condividano obbiettivi e spirito: in altri termini dovremo trovare modi per valorizzare ed incentivare un SISTEMA FINANZIARIO che favorisca la crescita del lavoro etico e produttivo.

COMMISSIONE 6
PER L’AMMINISTRAZIONE DEL BENE COMUNE E DELL’INTERESSE GENERALE
(GIUSTIZIA, PUBBLICA AMMINISTRAZIONE, RIFORMA DELLA COSTITUZIONE, CULTURA DELLA DEMOCRAZIA SOSTANZIALE, RIFORMA DEL SISTEMA ELETTORALE)
Coordinatore: Vincenzo Vitale
Membri: Adriano Ferrari, Andrea Ferrari, Angelo Quattrocchi, Daniele Puglia, Flora Quattrocchi, Giovanni Battista Nicoli, Giovanni Cipollaro, Giovanni Dorigo, Guido Antonelli, Mariapia Carleo, Massimo Sblendorio, Milena Luca, Nino Caruso, Pasquale Del Prete, Rodolfo Marano, Rosalia Pacifico, Sara Occhipinti, Tommaso Monfeli,Vittorio Zedda

Nel tracciare alcune fra le principali linee-guida di riferimento in un quadro complessivo di riforma dell’intero sistema che nel nostro Paese presiede all’amministrazione della giustizia, al correlato assetto costituzionale e al funzionamento della pubblica amministrazione, bisogna naturalmente tener conto delle sedimentazioni che la politica , soprattutto negli ultimi anni, ha prodotto anche contro o senza l’espressa volontà dei suoi protagonisti .
Alludo naturalmente al clima certo difficile che si è creato in Italia nell’ultimo decennio e che molti osservatori hanno correttamente battezzato quale “cortocircuito” fra politica e giustizia .
Non essendo certo questa la sede adatta per approfondirne la cause e gli effetti, ci limiteremo per ora a ribadire come anche per risolvere questo problema il nostro partito abbia il compito di portare aria nuova nell’asfittico panorama politico italiano ed europeo attuale : questa aria nuova è costituita essenzialmente dal riferimento – culturalmente fondato – alla persona umana, vista come il fondamento infinito ed intangibile di ogni costruzione sociale, incluse perciò quelle politiche e giuridiche . Va in proposito perciò denunciata ed arginata quella che Benedetto XVI ha da tempo stigmatizzato come “la dittatura del relativismo”.
In altre parole, occorre impegnarsi affinché la politica ed il diritto tornino ciascuno a se stessi, recuperando una propria precisa identità culturale ed umana, che oggi appare dispersa perché in preda al più arbitrario soggettivismo .
E’ allora dalla persona umana che infatti bisogna prendere le mosse per ogni serio e credibile progetto di riforma che ora si passerà brevemente ad esaminare nelle linee essenziali e, per ora, puramente indicative.

La Costituzione
Da più parti e da tempo si avanzano richieste di modifica dell’assetto costituzionale vigente ed in qualche caso tali modifiche sono state realizzate ( si pensi al titolo V ) : l’impressione tuttavia è che lo siano state - e che altre se ne propongano - nell’assenza di una visione unitaria ed omogenea sull’uomo e sul sistema politico, oscillando ogni proposta fra i poli estremi di un individualismo liberale e mercantile – ormai storicamente superato – e di un neocollettivismo postmarxista – parimenti bocciato dall’esperienza .
La via maestra che il nostro partito intende seguire con nettezza è invece quella della valorizzazione, in ogni aspetto dell’assetto costituzionale, della promozione e della assoluta inviolabilità della persona (in tutte le sue espressioni individuali e di gruppo ) , in quanto soltanto la persona costituisce il medium indispensabile ed umanizzante fra le istanze di un cieco individualismo e quelle di un improponibile collettivismo .
Occorre inoltre valorizzare i gruppi intermedi che, collocandosi fra l’individuo e lo Stato tendano a realizzare le istanze personali inserite in un contesto non necessariamente pubblicistico, alla luce di quel bene comune che non sempre si identifica con l’interesse pubblico.
In questa luce, si auspicano riforme che pongano al centro di tutta la Costituzione proprio questo principio ( quello della persona ) , che, a ben guardare, appare perfino sovvertitore dell’attuale assetto : si pensi , per esempio, al significato che potrebbe assumere l’art. 1 della Carta se , quale fondamento dell’Italia come repubblica democratica, fosse posta, invece del lavoro, la persona umana, considerata baricentro di tutto l’universo politico , istituzionale e giuridico . Una novità piccola, ma esplosiva : tutte le altre seguirebbero da questa .

L’amministrazione della giustizia
Qui è assolutamente necessario chiarire che la dimensione politica, che è penetrata ormai da troppi anni all’interno degli uffici giudiziari, della organizzazione giudiziaria e spesso all’interno della stessa mentalità dei magistrati, va evidenziata ed espulsa : i Tribunali debbono farsi guidare soltanto dalle esigenze di giustizia , anche per sottrarsi definitivamente a sospetti ed insinuazioni che servono soltanto a far perdere credibilità a tutta l’istituzione giudiziaria .
D’altro canto bisogna garantire l’efficienza ed un maggior tasso di giustizia dei processi sia penali che civili , anche avendo più attenzione per le vittime del reato. Perciò possono avanzarsi alcune proposte generali ed ovviamente da specificare . Poche altre poi per il processo amministrativo.
Nel contempo è necessario in quest'ambito che si cominci a dare spazio anche all’azione del riparare, “justice réparatrice” per i francesi, “restorative justice” per gli anglosassoni.
Pensiamo perciò che si possano potenziare e moltiplicare tutte quelle previsioni che consentano la messa a punto di quella capacità che è necessaria per disciplinare situazioni e problematiche, anche complesse, al fine di ottenere prima di tutto un crescita personale di tutti gli operatori interessati al sistema giustizia .
Inoltre, tenuto conto della normativa europea e di quella nazionale, è necessario sviluppare e affinare strutture operative che possano praticare dinamiche di risoluzione alternativa dei conflitti, sia per la gestione corretta del sistema giustizia sia per favorire lo sviluppo di una nuova cultura che ponga la persona umana al centro anche del sistema processo.
Organizzazione giudiziaria
- Eliminazione dei test quale selezione preventiva al concorso in magistratura ed introduzione di un sistema di valutazione della persona-aspirante magistrato sotto un profilo connesso all'equilibrio psicologico;
- formazione umanistica dei giudici quali giuristi e non quali “esperti” o tecnocrati;
- separazione dei concorsi e delle carriere fra procuratori e giudici, elaborazione di un sistema di valutazione delle incompatibilità familiari e di consorteria che garantisca l'imparzialità;
- riforma del Consiglio Superiore della Magistratura, che elimini l'espressione politica dalla nomina dei componenti;
- abolizione delle correnti dei magistrati
- riforma della Associazione Nazionale Magistrati.

Il processo penale
- Massiccia depenalizzazione ;
- snellimento delle fasi processuali;
- abrogazione dell’appello del pubblico ministero in caso di assoluzione dell’imputato;
- rigorosa proporzione numerica fra pubblici ministeri e Gip nello stesso ufficio ;
- ripensamento della obbligatorietà dell’azione penale;
- maggiore tutela per la vittima del reato;
- ampliamento dei poteri della parte civile;
- rimodulazione dei minimi e dei massimi di pena;
- in relazione al tipo di reato ed alle pene irrogabili, introduzioni di sanzioni alternative alla reclusione, che siano di concreta efficacia nei confronti del condannato per restituire il senso di una reale giustizia riparatrice alla collettività e che nel contempo abbiano l'obiettivo di realizzare un effettivo recupero del condannato sotto il profilo dell'educazione al rispetto dei valori della persona umana e della civile convivenza.
Il processo civile
- Semplificazione del rito;
- abolizione della immediata esecutività della sentenza di primo grado anche in relazione al valore ed all'oggetto della causa;
- semplificazione e tendenziale unificazione dei riti alternativi;
- abolizione del preventivo esame di ammissibilità dei ricorsi per cassazione secondo il criterio della uniformità giurisprudenziale;
- contenimento dell’eccessivo formalismo processuale .
- introduzione di criteri e strutture operative che garantiscano l'effettività dei pagamenti dovuti, con sanzioni alternative effettive in caso di inadempimento

Il processo amministrativo
- Rafforzamento del carattere giurisdizionale del processo amministrativo;
- esclusione del potere presidenziale di sospendere con decreto l’esecutività della sentenza di primo grado;
- maggiore efficacia e rapidità del giudizio di ottemperanza e sua espressa previsione in relazione alle sentenze del giudice ordinario;
- chiarezza nella ripartizione della giurisdizione fra giudice amministrativo e giudice ordinario;
- prevedere la creazione di un sistema giurisdizionale parallelo per lo smaltimento dell'arretrato al quale partecipino avvocati che abbiano un'esperienza continuativa nel settore di almeno dieci anni.

La riforma elettorale
L’attuale legge elettorale mostra tutti i suoi limiti, dal momento che, come molti hanno osservato, i parlamentari vengono nominati invece che eletti , venendo scelti direttamente dalle segreterie politiche dei partiti .
La proposta è quella di reintrodurre il sistema uninominale o quello proporzionale, ma prevedendo espressamente la preferenza, benché unica .
Prevedere un limite temporale all'accesso ed alla permanenza in ogni carica.

La pubblica amministrazione

Occorre una seria opera di semplificazione della macchina amministrativa statale e decentrata per metterla in modo autentico al servizio delle persone, operando alla luce dei principi di solidarietà e di sussidiarietà . Ecco alcune proposte solo esemplificative:
- riduzione del numero pletorico degli uffici;
- semplificazione di tutti i procedimenti amministrativi;
- abbreviazione dei termini nel procedimento di accesso agli atti;
- abrogazione della moratoria per eseguire il giudicato verso la p.a. ;
- abolizione di tutti gli enti inutili;
- abrogazione delle province;
- accorpamento dei comuni al di sotto di una certa fascia di popolazione;
- razionalizzazione nell’impiego del personale della p.a.;
- formazione del personale della p.a. nel segno del servizio alle persone;
- esorcizzare la “sovranità” della circolare come fonte normativa ;
- formulare una carta dei diritti dell’utente semplice e comprensibile ;
- disciplinare la azionabilità di tali diritti verso la p.a;
- eliminare la natura politica di tutti gli incarichi dirigenziali ed il c.d. manuale Cencelli.

COMMISSIONE 7
PER L'INFORMAZIONE CORRETTA E RESPONSABILE

Coordinatore: Roberta Tomeo
Membri: Alessandra Boga, Andrea Sartori, Angelaniello Vitale, Angelo Quattrocchi, Antonio Vitolo, Azer Sherif, Cinzia Vezzani, Daniele Puglia, don Bruno Armanini, Flora Quattrocchi, Franca D'Adda, Francesca Golfarelli, Lucio La Verde, Marcello Sartori, Maria Gulizia, Michele Di Pasquale, Paolo Gentili, Paulette Ievoli, Romina Remigio, Samir Wahba, Sarah Hanna, Vincenzo Vitale, Walter Langone

Riflettere su un tema così importante come l’informazione nel nuovo millennio vuol dire necessariamente confrontarsi con un nuovissimo modo di “fare” comunicazione, di utilizzare i nuovi media, addentrandosi in un ambito complesso ed al centro di dibattiti e discussioni in una fase storica delicata. Affrontare questo rapporto significa partire da un’attenta analisi del contesto storico-politico-culturale.
Il “villaggio globale” è ormai superato: siamo diventati tutti individui globali, grazie alle nuove possibilità di accesso alle comunicazioni satellitari e digitali e alle infinite connessioni globali via internet. La globalizzazione è un fenomeno che riguarda la finanza e l'economia ma che sconfina nella sociologia; è una percezione, uno stato mentale. Per questo è necessario regolamentare i punti di intersezione tra i vari media e delineare delle linee guida per tutti gli operatori che utilizzano sia i linguaggi tradizionali sia di nuova generazione.

Occorre prendere in considerazione, innanzitutto, la legislazione che regola la materia in Italia, partendo proprio dalla nostra carta costituzionale che nell’art.21 della Costituzione recita:
« Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure … La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni. »

Manifestare liberamente il proprio pensiero: questo è il nodo centrale su cui si dovrà focalizzare il nostro impegno. Difendere questo diritto vuol dire, in primis, assumersi delle responsabilità. Sarà compito di ognuno di noi far si che la “nuova comunicazione” si basi su principi etici condivisi e su regole che coprano ogni aspetto del fare informazione.

1 Libertà di pensiero e diritto di informazione
In Italia i limiti alla libertà di manifestazione del pensiero sono stabiliti dall'art. 529 del Codice Penale: per il buon costume, per la riservatezza (intesa come il segreto di stato, industriale, etc.), per l’onore (da intendersi sia come dignità sia come reputazione).
Se da un lato la libertà di informazione e di critica è un diritto insopprimibile dei giornalisti e mass media in genere, dall’altro lo è anche la tutela della persona umana e il rispetto della verità sostanziale dei fatti. Principi da intendesi come limiti alle libertà di informazione ad ogni costo ancorati ai doveri imposti dalla buona fede e dalla lealtà; al dovere di rettificare le notizie inesatte e di riparare gli eventuali errori; al rispetto del segreto professionale sulla fonte delle notizie, quando ciò sia richiesto dal carattere fiduciario di esse, ma nel contempo al controllo rigoroso della veridicità delle stesse.

2 L’esercizio della professione giornalistica e l’uso dei nuovi media
I giornalisti hanno il dovere e l'obbligo di difendere il ruolo di controllo e di denuncia, proprio dei mezzi di informazione nonché di ritagliare per la stampa il ruolo del guardiano rispetto agli altri poteri. Quella dei giornalisti è una professione da concepire e svolgere come servizio pubblico nell'interesse dei cittadini. Ma per fare questo occorre tutelare il bisogno della collettività, garantendo a questa professione percorsi formativi sicuri e dignitosi nonché regole etiche e relative sanzioni che devono essere fatte rispettare da una struttura, da un ente che il Codice civile all'articolo 2229 individua nell'Ordine professionale. Sotto questo profilo è necessario anche tutelare la libertà e la dignità dei giornalisti; promuovere la fiducia tra la stampa e i lettori; insistere sul mantenimento del decoro e della dignità professionali e al rispetto della propria reputazione.

3 Diritto di informazione nel pensiero politico e nelle democrazie occidentali
Il termine politica, dal greco polis, significa appunto città. Se nella democrazia ateniese la politica attiva rimaneva nelle mani degli abitanti della città, che proprio perché cittadini erano dei politici, nella democrazia moderna questo potere passa ai politici, cittadini che parlano in nome di altri cittadini.
Essere dei politici, però, significa, nella nostra democrazia, esercitare l'attività politica non per se stessi, ma in nome di un solo sovrano: il popolo. Una moderna polis, costituita da associazioni, gruppi di pressione, gruppi economici, preme direttamente sulla decisione politica. Se i cittadini diventano soggetti politici attivi, ne guadagna certamente la vitalità di una democrazia, che potrebbe trovarsi ad essere contraddittoriamente minacciata da quelle stesse istanze che ne realizzano, per altro verso, la sua natura.

4 Diritto di informazione nell’Unione Europea
Il diritto a comunicare, come è enunciato nell’art. 10 della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo, strettamente collegato con la libertà d’espressione e la libertà d’opinione, si caratterizza come uno dei diritti democratici per eccellenza.
Si tratta di una questione fondamentale, poiché l’accesso all’informazione determina oggi una delle principali differenze tra paesi ricchi e paesi poveri del mondo. All’interno di una stessa società, l’accrescersi del divario culturale tra chi è connesso e chi non lo è, comporta uno stravolgimento degli scenari economici. Mentre un’evoluzione tecnologica diffusa e accessibile a tutti, porta ad una democratica distribuzione della conoscenza e del benessere.

5 Pluralismo e informazione televisiva
Per salvaguardare il diritto degli utenti ad un'informazione pluralistica e quello degli operatori a un mercato dove le regole per il rispetto della concorrenza siano rispettate, non calpestate. Stabilire le regole che permettano un’informazione libera e non condizionata.
Regolamentare in maniera dettagliata l’accesso ai programmi televisivi ai minori, soprattutto bambini, che bombardati da continui messaggi, che enfatizzano e giustificano comportamenti lesivi contro se stessi, sono privi di scudi cognitivi per proteggersi e filtrare correttamente quello che ricevono.

6 Il diritto alla privacy
Il diritto alla riservatezza è una creazione della giurisprudenza, che lo ha collocato tra quei diritti inviolabili menzionati dall’art. 2 Cost. Ha la funzione di delimitare il concetto di interesse pubblico alla notizia, escludendo l’esistenza di un diritto della collettività a penetrare nella sfera privata di un individuo al solo scopo di soddisfare una curiosità morbosa. In generale, un fatto deve ritenersi privato (e rimanere riservato) quando la sua diffusione non ha alcuna utilità sociale. In assenza di questa, la divulgazione di un fatto privato cessa di servire l’interesse pubblico; e il diritto del singolo individuo alla riservatezza non può essere sacrificato senza il suo consenso.
Occorre uno strumento decisivo per difendere il diritto di disporre della propria reputazione, immagine dato che la notorietà non è una scelta, bensì spesso una conseguenza.

7 Internet
Regolamentare il commercio elettronico, i siti Internet, i sistemi di pagamento, senza trascurare il tele-lavoro e la tutela dei consumatori. La tutela della privacy, la firma digitale, il processo telematico, sono tutti aspetti che bisogna tenere in considerazione per assicurare un’informazione corretta e trasparente.
Il diritto d’autore è un nuovo scenario e una ricchezza per la proprietà intellettuale.

8 Media Education
La realtà della comunicazione mediata dal computer e dalle nuove tecnologie orienta le nuove generazioni verso nuove relazioni sociali che portano ad una cittadinanza “digitale”, più che nazionale.
Il dialogo, la lettura multidisciplinare e multietnica devono essere di supporto all’editoria per diffondere l’amore per la propria cultura e quella altrui.

Buona informazione, dunque, come sincretismo di diritti e doveri; orientamento e volontà di “dare forma” alle nuove idee, di diffondere valori, di istruire ad una cultura della vita, di costruire i cittadini-politici di domani.

COMMISSIONE 8
PER IL VOLONTARIATO, IL TEMPO LIBERO E LO SPORT
COME PERCORSO EDUCATIVO (VOLONTARIATO, SPORT, ATTIVITÀ RICREATIVE)

Coordinatore: Marco Masoni
Membri: Achille Guastalli, Andrea Sartori, Antonello Cattelan, Carlo Poretti, Cinzia Puccini, Fausto Tollari, Gianna Babini, Giovanni Greppi, Kamal Kamel, Maria Manuela Pana, Marino Antonelli, Massimiliano Trezza, Osea Coratella, Pasquale Del Prete

Premesso che concordiamo con quanto enunciato in merito dal Compendio della Dottrina Sociale Cristiana, e cioè che:
- la persona è costitutivamente un essere sociale, perché così è stata creata;
- la socialità umana a causa della superbia e dell'egoismo, non sfocia automaticamente verso la comunione delle persone e verso il dono di sé. È per amore del proprio e dell'altrui bene che ci si unisce in gruppi stabili, aventi come fine il raggiungimento di un bene comune;
- la socialità umana non è uniforme, ma assume molteplici espressioni. Il bene comune dipende infatti da un sano pluralismo sociale;
- la partecipazione si esprime essenzialmente in una serie di attività mediante le quali il cittadino, come singolo o in associazione con altri, contribuisce alla vita culturale, economica, sociale e politica della comunità civile cui appartiene;
- le attività della società civile, soprattutto volontariato e cooperazione, costituiscono le modalità più adeguate per sviluppare la dimensione sociale della persona, che in tali attività può trovare spazio per esprimersi compiutamente;
- molte esperienze del volontariato costituiscono un esempio di grande valore, che spinge a considerare la società civile come luogo ove è sempre possibile la ricomposizione di un'etica pubblica centrata sulla solidarietà, sulla collaborazione concreta, sul dialogo fraterno;
- il riposo festivo è un diritto; gli uomini devono godere di sufficiente riposo e tempo libero che permetta loro di curare la vita familiare, culturale, sociale e religiosa;
- la cultura deve costituire un campo privilegiato di presenza e di impegno per le singole persone;
- la perfezione integrale della persona e il bene di tutta la società sono i fini essenziali della cultura: la dimensione etica della cultura è quindi una priorità nell'azione sociale delle persone. Altrimenti la cultura si trasforma facilmente in uno strumento di impoverimento dell'umanità;

la commissione intende, anche nell’ottica di una riforma della legge-quadro n. 266
dell’11 agosto 1991 sul Volontariato, proporre quanto segue:
1. Valorizzare l’attività del volontariato come parte integrante dell’educazione etica e come motore della partecipazione dell’insieme della società nella costruzione della cultura della solidarietà.
Il volontariato è troppo spesso percepito come attività da persone anziane o da ragazzi “impegnati nel sociale”. È indispensabile far crescere nelle persone la certezza che le attività di volontariato, cioè il donare parte del proprio tempo libero e il contribuire gratuitamente ai vari bisogni della società in cui si vive, è uno dei modi migliori per maturare, crescere come persone, costruire la società. Attività per le quali non c’è distinzione di età né condizione sociale.
Bisognerebbe quindi far percepire le attività di volontariato verso anziani, poveri, disabili, immigrati e altre situazioni di bisogno (donazione di sangue, manodopera nelle emergenze tipo terremoti e calamità naturali ecc.) come “la normalità”,e non l‘eccezione di alcuni cittadini volenterosi.
Strategici nell’educare al vero significato del volontariato sono i ruoli della famiglia, della scuola, delle parrocchie, delle associazioni stesse. La cultura della solidarietà è da sempre presente nel DNA degli italiani, storicamente un popolo generoso e solidale.
Fino a poche generazioni fa tutto questo veniva trasmesso in modo naturale tramite l’educazione alla solidarietà che veniva tramandata di genitore in figlio, e la condizione molto comune di non agiatezza economica aiutava a condividere il poco che si aveva. Il benessere materiale sempre crescente, invece di aumentare la condivisione di quel che si possiede, ha invece mediamente incrementato l’egoismo e la chiusura verso l’altro. È una tendenza che va assolutamente invertita, pena la perdita totale di senso del nostro vivere in una comunità.

2. Introdurre il volontariato nella formazione scolastica
Nella consapevolezza che i ragazzi di oggi saranno gli uomini che guideranno la società di domani, è opportuno e necessario sviluppare la cultura del volontariato con progetti sociali che partano dalle scuole, in modo da far crescere nelle nuove generazioni l’importanza di donare un po’ di sé.
Potrebbero esserci - all’interno dell’orario scolastico di scuole primarie e secondarie inferiori - periodiche ore di formazione sia teorica che pratica sul volontariato, con testimonial autorevoli: tutto ciò assieme a personale di alcune associazioni di volontariato iscritte negli albi comunali, provinciali, regionali: sarebbe un ottimo viatico per far sì che anche gli alunni possano capire e appassionarsi al tema.
Possono essere facilmente attuate, insieme alle amministrazioni locali e alle associazioni, giornate annuali di pulizia del territorio da parte degli stessi alunni: strade, viali, spiagge, fiumi, fossi ecc.
Queste attività aiuterebbero l’alunno ad accrescere la stima nelle proprie capacità; a favorire, grazie ad una forte componente emotiva, una relazione tra pratica e teoria; ad affrontare qualunque argomento con una logica nuova di continuo confronto con quel che lo circonda, accantonando ogni visione preconcetta; ad essere sensibilizzati sulle reali problematiche del territorio.
La scuola dovrebbe essere sempre più quel soggetto sociale che trasmette cultura, educazione, ma anche un luogo privilegiato di integrazione sociale e costruzione di legami all’interno di una società frammentata e isolante.
Siamo certi che l’effetto naturale e immediato di queste attività sarebbe la volontà di un’alta percentuale di ragazzi di impegnarsi in prima persona in una delle associazioni presenti sul territorio.

3. Incentivare la partecipazione dei cittadini nel volontariato come parte integrante della formazione della cultura della cittadinanza.
Nella certezza che il volontariato non ha età, riteniamo utile per tutta la cittadinanza, senza alcuna distinzione, incentivare e sponsorizzare da parte delle amministrazioni comunali la giornata annuale di formazione del volontariato.
Alcune associazioni scelte sotto regole precise da una qualificata commissione pubblica, presenterebbero le dieci situazioni di maggior bisogno sociale venutasi a creare o consolidate nel corso dell’anno precedente. La giornata, aperta a tutti i cittadini dai 16 anni in poi, sarebbe a “partecipazione incentivata”, con un rimborso spese forfettario e l’offerta del pranzo.
Ciò potrebbe riguardare la presentazione di un ampio ventaglio di esigenze: l’utilizzo di pensionati per servizi civici e sociali (davanti a scuole e ospedali per agevolare attraversamenti pedonali ed altro ecc.), l’assistenza “morale” di malati e anziani, l’aiuto per pratiche burocratiche per anziani o immigrati, l’aiuto per la raccolta di cibo avanzato da ristoranti e negozi che vendono cibo da distribuire alle famiglie povere ecc.
Siamo convinti che il valore della cittadinanza e della solidarietà sarebbe sicuramente maggiore di quello attuale, si alzerebbe il livello etico della società e tutti insieme contribuiremmo a raggiungere una alta consapevolezza e condivisione dei problemi della realtà in cui si vive.

4. Considerare l’impegno nel volontariato come tappa vincolante per l’immigrato che aspira a risiedere permanentemente in Italia o ambisce ad acquisire la cittadinanza italiana.

Come già chiarito pensiamo che l’attività di volontariato sia indispensabile per la formazione civica ed etica di ogni cittadino; lo stesso vale per le persone che scelgono di venire a vivere in Italia da un paese straniero.
Crediamo che potrebbe essere meglio strutturato ed utilizzato l’attuale SERVIZIO CIVILE NAZIONALE VOLONTARIO, per adesso rivolto a giovani ambosesso di età inferiore ai 28 anni. In realtà, avendo un rimborso spese mensile di circa 435 euro mensili a fronte di un impegno di 30 ore settimanali per 52 settimane, il servizio civile non è “volontariato” puro.
Il Servizio Civile conserva tra i propri fondamenti la difesa non violenta della patria, attraverso il servizio presso enti del terzo settore ed enti pubblici, ha un forte impianto formativo, riconosce crediti formativi presso le università.
Per questi ed altri motivi proponiamo che l’accesso alle graduatorie per il servizio civile sia aperto anche ad immigrati/e senza limite di età ed in regola con i documenti di soggiorno previsti dalla legge. Tra i criteri di selezione dovrà esserci la sufficiente conoscenza della lingua Italiana, l’accettazione scritta della nostra carta costituzionale con i suoi diritti e i suoi doveri.
Le persone che scelgono di vivere in Italia espliciterebbero così nella pratica una reale volontà di integrazione e di conoscenza del mondo associazionistico e produttivo del nostro Paese, con un rimborso mensile che li aiuterebbe a fronteggiare anche eventuali difficoltà economiche.
In ogni caso pensiamo che la costante presenza in un ente di volontariato per almeno un anno sia da considerarsi vincolante in un processo di acquisizione della cittadinanza italiana, attraverso il servizio civile o meno.

5. Programmare una politica di gestione del tempo libero per i giovani nel dopo scuola, che risulti congrua con una educazione etica e responsabile.

- vogliamo valorizzare ed incrementare i talenti artistici degli studenti della scuola secondaria di primo e secondo grado, con attività extrascolastiche aggregative, sane e divertenti attraverso esibizioni/concorsi facoltativi di danza, canto, musica, recitazione, poesia, arti figurative, ecc.
- Le gare si svolgeranno a livello provinciale durante tutto l’anno scolastico, nel mese di aprile a livello regionale e nel mese di maggio a livello nazionale, con premiazione effettuata da una delle prime cariche dello Stato.
- Le giurie saranno composte da personalità conosciute e meritevoli nei rispettivi campi.
- I premi saranno borse di studio o beni materiali utili per approfondire e migliorare le potenzialità dei ragazzi.
- Si potranno accettare sponsor tecnici concordati tra gli istituti scolastici e gli assessorati competenti a livello provinciale per fronteggiare le spese.
- La competizione sana, effettuata in modo etico e divertente, sviluppa sicuramente un senso di rispetto delle regole, di responsabilità individuale e collettiva che il ragazzo manterrà per tutta la vita.

6. Rielaborare la gestione del tempo libero per gli adulti e gli anziani in modo che corrisponda ad una attività benefica per la salute e socialmente utile

- Quando pensiamo alla popolazione pensionata ancora potenzialmente attiva e vedendo le nostre città, le nostre campagne, preda dell’incuria o a rischio di disastri idrogeologici o altro, viene da pensare che sarebbe importante che venisse impiegato parte del prezioso tempo libero di queste persone in associazioni che svolgono l’attività prevalentemente all’aria aperta quali la Protezione Civile, la Croce Rossa, la Misericordia, la Pubblica Assistenza e molte altre. Si coniugherebbe l’attività fisica con il sociale, con sicuro beneficio di tutte le parti in causa.

7. Favorire l’attività sportiva dei cittadini per uno sviluppo sano del corpo e della mente

- La prima educazione allo sport avviene a partire dalla scuola dell’infanzia, spesso con personale non qualificato e con un numero di ore inferiore alla media degli altri Paesi: una nostra proposta è di incrementare le ore di Educazione Fisica nelle scuole, fino ad arrivare a quattro ore settimanali nella secondaria superiore.
Questo perché riconosciamo all’attività fisica non solo il merito di sviluppare armoniosamente il corpo e i movimenti, ma anche il rispetto delle regole, lo stare insieme, la sana competizione non invidiosa, l’abitudine al sacrificio e alla lealtà, il rispetto per il prossimo, l’abitudine alla solidarietà e alla collaborazione reciproca: tutte caratteristiche indispensabili in qualsiasi professione e attività sociale il ragazzo si troverà a svolgere in futuro (è automatico pensare alla massima latina ‘mens sana in corpore sano’).
Per quanto riguarda gli adulti si possono studiare dei “permessi orari sportivi”, da rilasciare con criteri e modalità da specificare a chi effettua lavori riconosciuti come sedentari.

8. Promuovere una nuova cultura sportiva che faccia perno sulla partecipazione attiva dei cittadini, che valorizzi l’impegno profuso degli sportivi, che ponga fine alle ideologie di odio e di violenza diffuse tra i tifosi.
La conoscenza giovanile dello sport, acquisita prevalentemente attraverso la TV, è limitata quasi soltanto al Calcio, legato al business e ai grandi campioni con le conseguenze negative che ne derivano.
I falsi valori trasmessi da questo approccio sono quelli della ricerca della vittoria con qualsiasi mezzo e ad ogni costo. Lo sport, nato e sviluppato come attività pacifica, leale, agonistica ma non violenta, ha subìto una degenerazione culminante in incidenti, scontri tra tifosi e perdita di valori. Una delle cause è l’industrializzazione delle varie discipline, che ha intrecciato lo sport con l’affare economico, tramite le pressioni di sponsor, partner e finanziatori.
E’ indispensabile ricondurre la responsabilità finale della condotta corretta agli stessi atleti, che devono accettare senza commenti le decisioni dei giudici di gara, dimostrare per gli avversari lo stesso rispetto che sente per i membri della sua squadra, essere consapevole che vincere con l’inganno significa in realtà perdere.
Ciò vale anche per lo spettatore, che per mantenere un clima di pace e concordia deve incoraggiare il perdente, eliminare ogni pregiudizio sociale o nazionale, rispettare le decisioni degli arbitri; comportarsi in maniera dignitosa durante la gara.

9. Promuovere iniziative sportive che consolidino lo spirito di fraternità tra i cittadini in Italia e tra i popoli nel mondo.

Per promuovere manifestazioni di “amicizia sportiva” tra l’Italia e gli altri popoli c’è bisogno di una grande maturità da parte dei partecipanti, altrimenti si rischia che prevalga il campanilismo.
Al contrario il modello della competizione pacifica, del rispetto delle regole e della considerazione per l’avversario, deve essere un ideale valido non solo per lo sport, ma per l’insieme delle relazioni fra paesi.
Si propone tra l’altro l’incremento degli spazi e delle strutture da destinare a giochi “extra-nazionali” (p.es. il Cricket per i paesi indiani, il Baseball per gli statunitensi ecc.) che dovranno essere gestiti però solo nella logica dell’integrazione tra gli italiani e chi già conosce bene la disciplina del caso.

COMMISSIONE 9
PER LA SICUREZZA E DIFESA NAZIONALE A TUTELA DELLA LEGALITÀ E DELLA SOVRANITÀ
(SICUREZZA INTERNA, DIFESA NAZIONALE, ALLEANZE INTERNAZIONALI)

Coordinatore: Marco Vitali
Membri: Angelo Quattrocchi, Anna Giussani, Daniele Puglia, Davide Saraceni, Giulio Franzini, Kamal Kamel, Luca Baldi, Massimo Bonaca, Nino Caruso, Paolo Antonio Tocco, Riccardo Niccolai, Roger Coianiz, Rosalia Pacifico, Samir Wahba, Tommaso Monfeli

Il problema della sicurezza in Italia ha assunto una tale rilevanza che l’intera materia é oggetto ormai da tempo di continui ma purtroppo fino ad ora sterili dibattiti politici. La percezione del cittadino sia nei grandi sia nei piccoli agglomerati urbani é quella di vivere in un paese in cui la propria sicurezza é quotidianamente a rischio. Tutti quei fenomeni criminali che vengono ancora oggi minimizzati con la "rassicurante" definizione di micro-criminalità (quasi fosse un piccolo e tutto sommato inevitabile prezzo da pagare alla civile convivenza), rappresentano invece la fonte di preoccupazione primaria per tutti i cittadini italiani e stranieri. La risposta dello Stato risulta del tutto carente sia sotto un profilo normativo, con una inadeguata legislazione penale, processuale e di P.S. sia sotto un profilo organizzativo e materiale degli apparati preposti alla sicurezza dello Stato.
Riteniamo pertanto assolutamente prioritario procedere ad una seria revisione legislativa e strutturale di tutto ciò che rientra nel pacchetto sicurezza, proponendo delle modifiche consistenti ed articolate volte alla riorganizzazione ed armonizzazione dei cinque organi di polizia che garantiscono attualmente la sicurezza a livello nazionale (Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri, Guardia di Finanza, Corpo Forestale e Polizia Penitenziaria).

Dopo aver analizzato a fondo la questione di un’eventuale unificazione delle due principali forze di polizia (PS e Arma dei CC), pensiamo che, in questa fase, la soluzione ottimale sia quella di prevedere il mantenimento di entrambe ma con una reale e finalmente chiara suddivisione dei compiti. Così facendo si garantirebbe, da una parte, un trasparente controllo democratico sulla attività di polizia, attuato tramite il reciproco controllo e il coinvolgimento di una pluralità di soggetti politico-istituzionali (Ministero dell’Interno, Ministero della Difesa, Presidenza del Consiglio). Dall’altra, si giungerebbe alla la creazione di tre tipologie di operatori di polizia: "generalista", "specializzato" e "speciale".

Attualmente l’attività di polizia generalista (che si occupa del 70-80% dei reati), polizia specializzata e polizia speciale viene svolta contemporaneamente da PS e CC e in parte dalla GdF con più di duecentomila agenti. Per questo motivo, e nonostante la legge 121/81, si sono create sovrapposizioni non più tollerabili (doppie e triple centrali operative in ogni capoluogo di provincia e presenza di tanti uffici con gli stessi compiti, tanto per fare un esempio). Tutto ciò comporta un ingente spreco di risorse, insostenibile ormai anche per un paese ad economia avanzata come l’Italia.
La nostra proposta individua il Carabiniere come soggetto di polizia a carattere generalista, per il suo profondo radicamento e diffusione sul territorio nazionale (oltre 4600 presidi operanti nell’ambito dei circa 8100 Comuni), e a tal fine l’Arma andrebbe a presidiare in esclusiva tutti i Comuni che non siano capoluoghi di Provincia. Inoltre sul piano pratico si dovrebbe procedere alla soppressione di tutti i Comandi intermedi tra la Stazione e il Comando Generale (Comando Compagnia, Gruppo, Provinciale e Regionale) con la sola eventuale creazione di una snella struttura interregionale per il Nord, il Centro e il Sud che funga da direzione e controllo. Scioglimento inoltre dei reggimenti e battaglioni carabinieri con il passaggio di tutto il personale alle 4600 stazioni a diffusione, come detto, subprovinciale. Gli ufficiali di grado inferiore (fino al grado di capitano) verranno messi a capo delle Stazioni mentre a quelli di grado superiore verrà concessa la possibilità di transitare nella PS (a parità di prerogative), nelle Forze Armate o al prepensionamento (ove possibile). Questa normativa relativa agli ufficiali risulta di carattere transitorio poiché, una volta a regime, tutte le Stazioni saranno comandate da Marescialli. L’addestramento sarà adeguato al ruolo svolto ed il livello retributivo dovrà raggiungere standard europei, nella prospettiva di un calo degli organici.
Con questa struttura si eviterà anche l’attuale e costosa proliferazione delle polizie locali e provinciali, con compiti sussidiari rispetto alle Forze di polizia.

La creazione invece di una polizia specializzata deve obbligatoriamente basarsi sulla P.S. per la sua specifica suddivisone funzionale (Ordine pubblico, Polfer, Polizia Stradale, Polizia Scientifica, Digos, Criminalpol ecc.). Caratteristica che verrebbe ulteriormente rafforzata dall’accorpamento degli altri corpi di polizia (GdF smilitarizzata, Corpo Forestale e PolPen) e di alcune loro specialità. La PS dovrebbe a tal fine essere invece presente esclusivamente nei capoluoghi di Provincia. Gli operatori dovranno seguire un addestramento specifico per poter raggiungere livelli di eccellenza nel rispettivo settore di competenza, anche per poter sostenere nei casi più complessi i colleghi della polizia generalista.

La polizia speciale, invece, dovrebbe - per poter efficacemente affrontare la minaccia del terrorismo interno ed internazionale - modellarsi sulla falsariga della DIA con l’accorpamento degli esistenti reparti speciali, il NOCS della PS, il GIS dell’Arma e il GICO della GdF. Essa sarà presente in alcune aree geografiche strategiche per garantire un intervento tempestivo ed in tempo reale.

Porre fine alla politica [...] della sostanziale tolleranza nei confronti della criminalità organizzata, dalla mafia alla camorra [...]
Riteniamo che poter efficacemente estirpare il cancro che soffoca ancora oggi una parte importante del territorio nazionale occorra innanzitutto “risensibilizzare’’ la politica sul tema della lotta alla criminalità. Senza infatti una reale volontà politica non si può certo immaginare di colpire al cuore le organizzazioni criminali.
Bisogna innanzitutto giungere in tempi rapidi alla redazione di una raccolta organica dell’intera legislazione antimafia (norme di diritto penale, processuale, amministrativo, penitenziario etc.), cosa mai avvenuta fino ad oggi. Non si può infatti pensare di continuare ad avere una legislazione disomogenea e conflittuale che ha le sue origini in interventi affrettati effettuati quasi sempre sull’onda emozionale dei c.d. omicidi eccellenti. Le ottime norme antimafia (Rognoni La Torre, la normativa anti riciclaggio del D.L. 03/05/1991, il cd Decreto Martelli del 1992 tanto per fare un esempio) vanno razionalizzate in modo da diventare uno strumento efficace di scardinamento della realtà mafiosa a tutti i livelli.
A ciò si aggiunga l’assoluta necessità di riportare tale legislazione (ispirata in parte dal giudice Falcone), al periodo 1992-1993 poiché oggi essa è diventata, grazie all’introduzione di norme garantiste, solamente l’ombra di se stessa. Tali norme garantiste che nulla hanno a che fare con la tutela dei diritti dei cittadini dovranno essere, sic et simpliciter, abrogate.
L’armonizzazione e il potenziamento delle norme legislative devono andare di pari passo con l’ammodernamento e potenziamento delle forze dell’ordine sul territorio. La proposta di riorganizzazione delle forze di polizia esposta in precedenza va proprio in questa direzione. Crediamo anche che, il lavoro investigativo antimafia, debba estendersi anche al di fuori del territorio nazionale, rafforzando e facilitando le procedure di collaborazione con le polizie di quei paesi europei e non interessati da infiltrazioni mafiose di origine italiana.
Lo Stato deve riappropriarsi fisicamente del territorio con una presenza continua e capillare nelle città e nelle campagne. Gli uomini in divisa dovranno diventare quello scudo protettivo di cui i cittadini onesti hanno un disperato bisogno. L’esperienza ha dimostrato che quando lo Stato si comporta da Stato il cittadino anche più timoroso si schiera dalla sua parte.
Per quanto riguarda invece la criminalità comune, quella "politica"e quella di matrice ideologica pensiamo che l'intervento debba tendere ad una profonda modifica delle norme giuridiche in senso restrittivo. Dovranno essere eliminate tutte quelle leggi che, intrise di un malinteso senso del perdonismo e del recupero a tutti i costi del delinquente, hanno determinato l'incertezza della pena. In un paese civile la pena deve tornare ad essere certa, sotto tutti i punti di vista, e non lasciare alla magistratura una così ampia discrezionalità nella sua applicazione.

Attività delle moschee

Dopo una seria riflessione siamo dell’idea che il contrasto al fanatismo religioso islamico non possa passare attraverso l'introduzione di norme che facciano esplicito riferimento a tale credo religioso. Così facendo, infatti, si incorrerebbe in sicure sanzioni di incostituzionalità da parte della Consulta o della Corte europea dei diritti dell'Uomo. Meglio, allora, introdurre una legge ad hoc che colpisca il fanatismo religioso, senza ulteriori specificazioni. Questa legge dovrà prevedere tutte quelle forme di incitamento al fanatismo, all'odio religioso, alla violenza e terrorismo classiche dell'estremismo religioso islamico.
Si potrebbe inoltre introdurre una normativa che proibisca il travisamento del volto all'interno degli edifici pubblici. Ancora una volta, i riferimenti espliciti a un particolare credo religioso dovrebbero essere evitati concentrandosi, invece, sull'efficacia pratica delle soluzioni proposte.
Il punto nodale è, a nostro parere, quello di riuscire con intelligenza a colpire l'islam violento in maniera efficace rinunciando a quei proclami utili a fini elettorali ma poi del tutto impraticabili per ovvi motivi di carattere legale e costituzionale.

In questo contesto è auspicabile un rafforzamento dei servizi di prevenzione e sicurezza con l'arruolamento mirato di agenti e CC che di persone di origine araba ma di comprovata fedeltà alle istituzioni nazionali.

Valorizzare l’appartenenza dell’Italia all’Unione Europea e alla Nato
L'Italia, paese fondatore dell'Unione Europea e elemento fondamentale della NATO, deve diventare sempre più un fattore di spinta verso una sempre maggiore integrazione. Per fare questo dovrà supportare tutti gli organismi e le iniziative politiche previste dalla PESD (Politica estera di Sicurezza e Difesa). Alla luce della fresca nomina di un Presidente e di un altro rappresentante della Politica Estera Europea e con la creazione dell'EAS (External Action Service), l'Italia dovrà assumere un ruolo prioritario e non giocare in seconda battuta. Dovrà essere inviato nelle istituzioni europee (per le nomine politiche e burocratiche), personale il più possibilmente qualificato. In questo modo potremo incidere e portare in Europa quelli che sono i nostri valori fondamentali e irrinunciabili. Per quanto concerne la partecipazione dell'Italia alle missioni previste in ambito PESD e PESC (Politica estera di Sicurezza Comune), occorrerà mettere in bilancio adeguati investimenti al fine di migliorare la professionalità e l'equipaggiamento dei militari e civili che parteciperanno a queste missioni (almeno dodici in questo momento). Anche il budget dovrà essere adeguato agli impegni che l'Italia deve obbligatoriamente assumersi come membro della UE. Bisogna far comprendere al cittadino italiano, tramite apposite campagne di sensibilizzazione ed informazione, che un impegno internazionale serio e concreto non può che passare attraverso l'assunzione di obblighi e responsabilità.
Stesso discorso vale per il nostro impegno nella NATO che non solo va confermato ma rafforzato qualitativamente a tutti i livelli. Crediamo che si debba aumentare il bilancio della difesa per l'ammodernamento dei mezzi e l'addestramento del personale che parteciperà ad operazioni militari congiunte con paesi NATO (oggi rischiose dal punto di vista operativo). I nostri militari, dovranno essere messi in grado di far fronte a tutti gli eventi a cui saranno chiamati nei vari teatri operativi del mondo, ben coscienti delle proprie capacità e orgogliosi del supporto e dei mezzi che il paese gli metterà a disposizione, in primo luogo per garantire la propria sicurezza.

COMMISSIONE 10
PER L’EUROPA DEI LIBERI E FORTI

Coordinatore: Sara Occhipinti
Membri: Aldo Vitale, Andrea Sartori, Angelo Torre, Barbara di Mastrorocco, Carmela Cossa, Claudio Valerio Santini, Colomba Iacontino, Federico Porto, Franca D'Adda, Giulio Capriata, Kamal Kamel, Luca Calabrese, Matteo Martinoli, Nino Caruso, Rosalia Pacifico, Silvia Baldi, Stefano Fini, Tommaso Monfeli, Vanda Vinci, Vincenzo Vitale

Il 1 Dicembre prossimo entra in vigore il nuovo Trattato di Lisbona. Constatiamo il fallimento del processo di unificazione europeo intorno ad una comune Carta Costituzionale, così come attesta la recente adozione del Trattato di Lisbona. Inizialmente era stata auspicata l’adozione di una Carta Costituzionale nella quale sarebbero confluiti il Trattato sull’Unione Europea ed il Trattato che istituisce la Comunità Europea, e la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. I referendum di Francia ed Olanda hanno impedito questo processo. Il Trattato di Lisbona, in vigore dal primo dicembre prossimo, detto anche Trattato di Riforma, recepisce gran parte delle innovazioni contenute nella Costituzione Europea, ma con due sostanziali differenze:
- la prima: il nuovo trattato non ha valore costituzionale: ciò significa che il valore delle norme in esso contenute resta gerarchicamente sottordinato ai principi fondamentali delle singole Costituzioni nazionali.
- la seconda: il Trattato di Lisbona richiama, ma non include nel suo testo la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea: ciò significa che i diritti fondamentali non entrando a far parte dei Trattati, restano appannaggio delle singole Costituzioni nazionali.
Il significato complessivo di questa operazione è che l’Europa non si pone OGGI come entità unitaria e sovraordinata ai singoli Stati nazionali, soprattutto perché gli Stati nazionali ancora non riconoscono una piattaforma valoriale comune.
E’ vero che esiste una Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, ma è vero anche che la mancata traduzione di questa Carta in Costituzione Europea attesta che gli Stati non sono disposti a riconoscere valore normativo gerarchicamente superiore a questi principi nel confronto con le loro legislazioni nazionali. Come stupirsene d’altronde, se solo si pensa a quali enormi differenze intercorrono tra la concezione di famiglia nella legislazione italiana ed in quella olandese? Oppure alla divisione sul valore da attribuire al bene fondante della vita umana, tra chi sostiene la sua disponibilità per volontà dell’individuo e chi la ritiene un bene indisponibile? Sul valore da attribuire alla vita nascente, all’embrione umano?
Potremmo continuare a lungo con le distinzioni. Per concludere poi con una constatazione di fatto:
le divergenze degli Stati europei sono radicate su temi tutt’altro che secondari, mentre le loro convergenze si esprimono solo sul fronte dell’adozione di provvedimenti a carattere economico. E’ un fatto significativo questo, perché attesta due fallimenti della grande operazione di unificazione dell’Europa:
1.il primo è un fallimento “storico”: la scelta dei governanti di cominciare la storia del processo di unificazione fu motivata essenzialmente dall’urgenza di rendere il vecchio continente competitivo sul piano economico rispetto ai nascenti colossi economici del continente americano prima e asiatico oggi. L’Europa nasce e si unisce sotto il modello capitalistico e consumistico, l’Europa nasce come mercato comune, nella velata speranza che il rafforzamento economico conduca lentamente ad un processo di unificazione sociale, culturale, identitario. Un errore questo che è stato non solo strategico, ma soprattutto storico. Non tiene conto infatti del dato incontrovertibile che l’Europa per secoli è stata unita proprio da quella identità storica costituita dalle proprie radici giudaico cristiane. Il processo di unificazione valoriale era quindi il passo precedente al quale poteva (e può ancora!) seguire lo sviluppo di un comune modello socio economico che superi la frammentazione dei nazionalismi.
2.Veniamo di conseguenza al secondo fallimento, quello ideologico. La lettura della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea svela il pensiero relativista di fondo di chi ha contribuito alla sua redazione. L’operazione è quella di estrapolare dal presente storico degli europei, quel’insieme di valori e principi che tutti gli europei non possono non avvertire come fondamentali, a prescindere dalla loro origine storica, senza tener conto del come e del perché certi valori, certi principi, sono avvertiti come vincolanti. La dottrina di fondo dei “mancati Costituenti” è quella del patriottismo costituzionale: la convinzione cioè che i cittadini si sentano legati fra loro dall’adesione a valori condivisi piuttosto che dai legami PRE POLITICI, ETNICI, RELIGIOSI, LINGUISTICI, DERIVANTI DALLA LORO STORIA, DALLE LORO RADICI.
Dove sono stati ricercati allora i valori condivisi che compongono la Carta dei diritti fondamentali dell’Europa? La risposta è nel Preambolo ella Carta. Se leggiamo il Preambolo, abbiamo infatti la conferma di questa operazione di astrazione dei valori europei, svincolata dalle radici storiche: “ La presente Carta (-si dice-) riafferma,.... i diritti derivanti in particolare dalle tradizioni costituzionali e dagli obblighi internazionali comuni agli Stati membri, dal Trattato sull’Unione Europea e dai trattati comunitari, dalla convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, dalle carte sociali adottate dalla Comunità e dal Consiglio d’Europa, nonché i diritti riconosciuti dalla giurisprudenza della Corte di giustizia delle comunità europee e da quella della Corte Europea dei diritti dell’uomo”.
Non si cerca quindi nella storia e nella cultura europea ma in questi documenti. Documenti che, va ribadito e sottolineato, non sono in alcuna maniera espressione della volontà del popolo europeo, ma della volontà di un pugno di uomini che si autoreferenziano come “illuminati” del nostro continente. E’ vero o no, che i cittadini europei non hanno contribuito a redigere né ad approvare i Trattati? che il Consiglio d’Europa che a sua volta elegge la Corte europea dei diritti dell’uomo, non è un organo elettivo?Così come l’organo legislativo dell’Unione europea, il Consiglio, non è eletto dal popolo? Ragion per cui gli europei subiscono e non condividono in maniera unanime certe decisioni illuminate della Corte europea dei diritti umani, come è avvenuto in questi giorni con la sentenza sul crocifisso!! Un’ultima notazione sulle conseguenze ingiuste ed insopportabili di questo modo di procedere: leggendo la Carta europea dei diritti dell’uomo, si riscontra nella enunciazione dei diritti che si intendono tutelati questo dato:
-la Carta è categorica quando afferma ad esempio all’art. 21 il principio di non discriminazione “ E’ vietata qualsiasi forma di discriminazione fondata, in particolare sul sesso, la razza il colore della pelle, l’origine etnica o sociale, le caratteristiche genetiche...” art. 22: “L’unione rispetta la diversità culturale, religiosa e linguistica”.
-Non c’è certezza né fermezza nel riconoscere altri diritti non meno importanti, anzi, non meno condivisi, non meno costitutivi dell’identità europea, quali ad esempio la famiglia e l’educazione dei figli: art. 9 “Il diritto di sposarsi e il diritto di costituire una famiglia sono garantiti secondo le leggi nazionali che ne disciplinano l’esercizio”. Non esiste quindi un’idea di famiglia in particolare, se uno stato ammettesse la poligamia, l’Unione europea tutelerebbe questa forma di unione, così come oggi tutela il diritto di sposarsi degli omosessuali, secondo certe legislazioni nazionali.
Se questo è lo spirito con cui era stata elaborata la Costituzione europea, dobbiamo ritenerci fortunati del fallimento dell’intera operazione, che costituisce oggi un’opportunità per riconoscere che non ci sarà Europa se non a partire dalla comune identità sociale culturale valoriale che nasce dalla nostra storia di europei, a partire dal pensiero greco e romano, fino alla Cristianità intorno alla quale, da metà 700 fino al 1700 , poco più di 300 anni orsono, tutti gli Europei si sentivano uniti. E non ci sarà Costituzione Europea se i diritti in essa riconosciuti non scaturiranno da quelle radici giudaico cristiane che hanno costituito la culla di quello che chiamiamo civiltà occidentale.

1. Le istituzioni Europee: restituire l’Europa al popolo europeo
La premessa che abbiamo posto ci pone nel vivo del primo problema Europeo: l’anomalia costituita dal deficit democratico dell’Unione Europea.
Le istituzioni Europee, sono costituite dal Consiglio dell’Unione Europea, la Commissione, la Corte di Giustizia e il Parlamento Europeo.
Di queste, solamente l’ultima è eletta a suffragio universale diretto dei cittadini degli Stati Membri. La vera anomalia, rispetto al principio di democrazia al quale siamo abituati, consiste nel fatto che il potere legislativo non è esercitato dall’istituzione elettiva, cioè il Parlamento, bensì dal Consiglio dell’Unione, composto dai ministri degli Stati nazionali. La funzione legislativa non appartiene dunque al popolo europeo, ma agli Stati nazionali, salve pochissime materie nelle quali le decisioni legislative sono assunte secondo la procedura c.d. di codecisione, dal Parlamento unitamente al Consiglio dell’Unione.
La Corte di Giustizia, e quindi il potere di giudicare sull’applicazione delle leggi emanate, è composta conseguentemente da giudici e avvocati generali nominati dai Governi degli Stati Membri. La Commissione, che esercita il potere esecutivo, è nominata dal Consiglio con voto di approvazione del Parlamento Europeo.
Il quadro finale è quello di un organismo, l’Unione Europea, che non può essere sostanzialmente definito un insieme di popoli, piuttosto è un insieme di Stati, posto che gli Stati Membri e non i cittadini europei, esercitano la funzione legislativa, eleggono gli organi destinati ad esercitare il potere esecutivo e quello giudiziario.
La nuova Costituzione Europea per realizzare un’unione reale, che appartenga ai popoli e non ai “sovrani” deve necessariamente risolvere questa anomalia, trasferendo la funzione legislativa in capo all’organo elettivo, ossia il Parlamento, riservando invece al Consiglio quella funzione di controllo che oggi appartiene alla Commissione.
Va assicurata l’indipendenza dagli Stati Membri e dalle altre istituzioni, dell’organo giudicante, la Corte di Giustizia. Le competenze di quest’ultima poi andrebbero ulteriormente integrate, in vista dell’approvazione di una Costituzione che comprenda i diritti fondamentali dell’uomo, consentendo in via esclusiva alla stessa Corte di esercitare il controllo di “costituzionalità” sugli atti delle istituzioni europee e degli stati membri. (Detta funzione appare tanto importante alla luce del paradossale operato della Corte europea dei diritti dell’Uomo. Invero le competenze di quest’ultima Corte, eletta dai rappresentanti degli Stati firmatari, è quella di controllare e vegliare sull’applicazione della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo da parte degli Stati contraenti. Questa Convenzione è un trattato internazionale fra gli Stati, stipulato nel 1950, al quale hanno ad oggi aderito Stati nazionali che non appartengono all’Unione Europea, e che non possono definirsi europei. Fra questi in particolare figura la Turchia. I cittadini degli Stati firmatari hanno facoltà di adire la Corte, esaurite le vie di ricorso consentite dalla legislazione nazionale, per lamentare la violazione da parte degli Stati firmatari delle pattuizioni convenzionali. Le decisioni della Corte producono effetti in primo luogo sugli Stati firmatari, obbligando gli Stati al risarcimento del danno subito dal ricorrente e a superare il conflitto con la Convenzione. Indirettamente detti effetti ricadono anche sui cittadini degli stati firmatari, imponendo decisioni e comportamenti talvolta non condivisi nè condivisibili. Ne è stato esempio recente la decisione sul Crocifisso, ancora una volta decisione adottata da pochi “illuminati” destinata a travolgere le convinzioni dei popoli europei. Altro esempio, meno conosciuto, ma fatalmente concomitante, è la decisione sul ricorso del Prof. Lombardi Vallauri, ex docente della Università Cattolica del Sacro Cuore, destituito dall’incarico a seguito della personale conversione alle religioni orientali, che il professore trasferiva nell’insegnamento pubblico agli allievi di detta Università. Il ricorso, respinto dal Tar Lombardia e dal Consiglio di Stato Italiano, è stato accolto in maniera inaudita dalla Corte, con le prevedibili conseguenze economiche e morali sull’istituto dell’Università Cattolica. Nel processo di formazione dell’unità europea, appare inaccettabile che i comportamenti e le convinzioni culturali, religiose, sociali, dei cittadini europei, siano determinati da un’istituzione esterna all’Unione Europea, scelta dai soli governanti, per di più appartenenti anche a Stati nazionali non europei! Per questa ragione, il sindacato esclusivo di controllo della costituzionalità dei comportamenti dei cittadini europei e dei loro Stati, deve appartenere alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, e l’adozione di una Carta Costituzionale di principi appare passaggio ineludibile per evitare deviazioni di tale sorta.)

2. Recupero della coscienza del popolo europeo
Non tutti sanno che uno dei primissimi utilizzi del termine “Europei” fu ad opera del Monaco ISIDORO PACENSIS per fare riferimento ai soldati, che sotto la guida di Carlo Martello avevano combattuto la battaglia di Poiters contro l’invasione islamica del 732 d.C. (“Prospiciunt Europenses Arabum tentoria, nescientes cuncta esse pervacua”, gli europei osservano le tende degli arabi, non sapendo che tutte erano vuote), Questa piccola annotazione storica significa che linguisticamente la parola “Europei” nasce per designare un insieme di popoli, accomunati da una stessa identità culturale, sociale, economica, religiosa, nel momento in cui fronteggiavano gli aggressori della propria comune identità. Prima ancora che un insieme di Stati nazionali (la cui nascita risale a qualche secolo fa), l’Europa è stata per lungo tempo un unione di popoli accomunati da una storia comune (c.d. “Cristianità”), da un complesso di valori condivisi, derivanti dall’eredità greco romana, e dalla religione cristiana.
L’unificazione oggi auspicata dunque, per essere vera, deve vedere protagonisti i popoli europei prima ancora degli Stati nazionali, e deve avere per riferimento le radici culturali nelle quali quei popoli da secoli si identificano. (Questo non per recuperare dal passato delle tradizioni da contrapporre agli stranieri che arrivano nel nostro continente, nemmeno come esorcismo contro la paura del diverso, ma come fondamento identitario e unico patrimonio per affrontare la globalizzazione e favorire il progresso dell’uomo “tutto intero”, tanto nella sua dimensione materiale quanto soprattutto in quella spirituale e morale.)
La coscienza storica di un popolo è patrimonio insostituibile per la sua identità. Lo prova il fatto che le ideologie più pericolose che la storia abbia conosciuto hanno tentato di sradicare dal popolo la memoria storica per cancellare il patrimonio valoriale che ne costituiva l’identità, così da poter costruire “l’uomo nuovo” pronto ad assimilare i dettami del nuovo modello sociale. L’operazione degli “illuminati” dell’Europa di oggi è terribilmente analoga a quella propria di tali odiose ideologie: cancellare nel popolo europeo la coscienza delle proprie radici giudaico cristiane, conformarlo ad una mentalità relativista, per plasmarlo su di un modello consumistico.
E’ urgente impedire questa deriva in atto, e favorire il recupero della “memoria storica e identitaria” del popolo europeo. Alcune proposte per procedere in questa direzione:
1. Promuovere sul territorio europeo dei corsi scolastici, per tutti i gradi, di Storia dei caratteri identitari degli europei, dove ripercorrere l’origine ed il fondamento di valori fondanti quali: il primato della dignità della persona umana, l’inviolabilità della vita umana, l’uguaglianza di tutte le persone, la solidarietà sociale, la cura del malato e l’assistenza dell’indigente, la libertà della persona umana ed il rifiuto della schiavitù e dell’asservimento dell’uomo all’uomo, la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, lo sviluppo della personalità umana nelle comunità intermedie (prima fra tutte la famiglia), la proprietà privata, il diritto all’istruzione e la libertà dell’insegnamento, il diritto ad un lavoro dignitoso come dimensione umana fondamentale, la libertà di culto e la laicità dello stato, lo stato di diritto.
2. Il medesimo percorso di recupero identitario dovrebbe essere promosso attraverso pubblicazioni periodiche e trasmissioni televisive su canali comuni europei.
3. Adozione di un calendario di ricorrenze, alcune delle quali da poter erigere a festività civili europee, che rievochino la memoria dei passaggi fondamentali che hanno caratterizzato la nascita della civiltà europea, come per esempio le grandi battaglie che hanno garantito la sopravvivenza dell’Europa di fronte ai tentativi di conquista da parte di altri popoli (10.10.732 la battaglia di Poitiers ; l’abolizione della pena di morte; la nascita della prima università in Europa XII sec.; fondazione dei primi ospedali pubblici ad opera dei religiosi IV sec; la liberazione di Granada 02.01.1492; La battaglia di Lepanto 7.10.1571; la battaglia all’esito dell’Assedio di Vienna del 12.09.1683)
3. Disciplina dell’ingresso di nuovi Stati nell’Unione Europea
I meccanismi che regolano l’ingresso di nuovi Stati nell’attuale Unione Europea, risentono inevitabilmente di quel deficit di democraticità insito nella configurazione delle Istituzioni Europee. E’ per questo che oggi la richiesta di adesione da parte della Turchia all’Unione Europea è condivisa dai “governanti” in contrasto con il comune sentire della maggioranza dei cittadini europei. Nonostante la volontà dei più sia tesa a non ammettere tale ingresso, le decisioni che seguiranno potranno tecnicamente prescindere dalla volontà dei governati.
Invero i negoziati con lo Stato che chiede l’ammissione vengono condotti dalla Commissione Europea che presenta regolari rapporti al Consiglio sull’adeguamento dell’aspirante ai parametri imposti dall’Unione. La deliberazione finale sull’ingresso dello stato in Europa spetta però al Consiglio. Il Parlamento Europeo, unico organo elettivo, non viene minimamente interessato della procedura: il popolo europeo non partecipa alla scelta, ma subisce l’ingresso di un altro popolo in Europa. Se la Turchia entrasse in Europa con questo meccanismo antidemocratico, mille anni di guerre dei nostri antenati per opporsi all’invasione ottomana e salvaguardare la propria identità culturale e l’esistenza stessa dell’Europa, verrebbero buttate alle ortiche!
Appare indispensabile che i meccanismi di ingresso di uno Stato all’Unione Europea vengano regolati e gestiti insieme al Parlamento Europeo, consultando i cittadini europei diretti interessati. L’integrazione di un nuovo Stato non è solo “questione di business” e non può essere decisa solo in vista di standard ed obiettivi economici da realizzare: a tale riguardo i c.d. Criteri di Copenaghen, che costituiscono i parametri di adeguamento dello Stato aspirante (criterio politico: presenza di istituzioni stabili che garantiscano la democrazia, lo stato di diritto, i diritti dell’uomo, il rispetto delle minoranze e la loro tutela; criterio economico: economia di mercato affidabile e capacità di far fronte alle forze del mercato ed alla pressione concorrenziale all’interno dell’UE; adesione all’acquis comunitario) appaiono del tutto insufficienti senza un comune percorso di integrazione e recepimento a livello sociale giuridico e culturale dei valori fondanti la civiltà europea.

4. Adozione di una comune politica della famiglia e dello sviluppo demografico
- Premesso : il riconoscimento da ribadire in un auspicato testo costituzionale europeo, di che cosa deve intendersi per famiglia: ovvero che la famiglia è fondata sul matrimonio tra un uomo ed una donna;

-Ribadito che: l’istituto familiare NON E’ un fatto privato dell’individuo, che sceglie di fare, non fare, disfare, sopportandone in tutti i casi le conseguenze in prima persona; al contrario la famiglia è un fatto di rilevanza sociale, ed è un istituzione che lo Stato deve riconoscere come precedente ed indispensabile forma di società all’interno della quale la persona umana si sviluppa facendo esperienza di amore, solidarietà, sussidiarietà, pace, giustizia,libertà, accoglienza, uguaglianza di diritti e di doveri, rispetto delle diversità.
L’Europa deve prevedere una politica della famiglia tesa a:
-armonizzare le differenti legislazioni nazionali, nell’interesse generale della civiltà europea, e con l’obiettivo di favorire il benessere dei propri cittadini, e lo sviluppo demografico della sua popolazione;
-ripristinare un Osservatorio sulle politiche familiari, quale organismo di partecipazione e raccordo delle associazioni laiche e religiose che tutelano i diritti delle famiglie;
-considerare che a causa della rigidità dei modelli produttivi tesi a privilegiare le ferree leggi del mercato e dell’economia, le famiglie si trovano penalizzate, spesso perché le donne che lavorano non possono attendere contemporaneamente a ritmi intensi di lavoro e carichi familiari quali sono i figli, col rischio, sempre più concreto, che questi ultimi ne risentano, o semplicemente le coppie scelgano di non avere più di un figlio; occorre investire nella flessibilità lavorativa ed in una nuova organizzazione del lavoro pensata non solo sul rispetto e sulla dignità dell’individuo, ma anche sul rispetto e sulla dignità della famiglia.
-prevedere armonizzazione dei sistemi fiscali nei paesi europei intorno a due principi di fondo: i soldi investiti per i figli non devono essere tassati perché già investiti a beneficio della collettività; la capacità contributiva del cittadino europeo deve essere diminuita in proporzione al crescere del numero di figli a carico;
-favorire l’educazione e la formazione dei giovani a partire dalla famiglia, prevedendo politiche di sussidiarietà, tese a coinvolgere ed aiutare i genitori nel processo educativo dei propri figli, piuttosto che ad escluderli o ad abbandonarli a se stessi;
-favorire il principio di libertà educativa, sostenendo la possibilità dei genitori di scegliere tra il sistema scolastico pubblico e quello privato, promuovendo altresì le iniziative di partecipazione delle famiglie nella istituzione di strutture educative di ausilio o di complemento a quelle assicurate dagli Stati nazionali.

COMMISSIONE 10
PER UN MONDO DEMOCRATICO, EQUO, SOLIDALE E PACIFICO
Coordinatore: Filippo Simone Zinelli
Membri: Agnese Fiocca, Alessandra Boga, Aniello Pennacchio, Azer Sherif, Barbara di Mastrorocco, Colomba Iacontino, Danilo Recchioni Baiocchi, David Paolucci, Ernesto Castaldo, Federica Mangini, Federico Porto, Gennaro Tonati, Graziano Grazi, Leonardo Piani, Luca Baldi, Lucia Caglioni, Lucio La Verde, Mara Cuoco, Roger Coianiz, Sarah Hanna, Silvia Baldi, Tommaso Monfeli

La Carta delle Nazioni Unite fu approvata il 25/06/1945 durante la Conferenza di San Francisco da parte delle cinque potenze vincitrici la Seconda Guerra Mondiale (Unione Sovietica, Francia, Stati Uniti, Gran Bretagna e Cina) e da altri circa cinquanta stati; la Carta entrò in vigore il 24/10/1945.
Uno degli scopi propri dell’Onu è proteggere l’individuo, la sua dignità e la sua libertà, per questo ogni Persona è considerata titolare di un diritto soggettivo e ogni Stato titolare di un obbligo.
Ormai la tutela dei diritti umani e delle libertà fondamentali costituisce l’obiettivo costante e prioritario non solo del nostro Paese ma di buona parte dei Paesi facenti parte dell’Onu. L’interesse e la sensibilità nei confronti dei diritti umani sono ormai trasversali a tutte le componenti sociali, politiche e culturali delle nostre società e ad essi viene riconosciuta la forza di un fattore di massima integrazione e stabilità. Possiamo dire che, a livello mondiale, i diritti umani costituiscono una “conditio sine qua non” per il buon esito sia della sicurezza che dello sviluppo globale. Indubbiamente perché ciò avvenga realmente è ormai urgente lavorare per una riforma della Carta delle Nazioni Unite, partendo, per esempio, dalla “pesatura” del voto e dalle procedure di ammissione dei Paesi all’Onu. Attualmente il sistema delle votazioni si basa sul principio del “un Paese un voto”, indipendentemente dal numero della popolazione e dalla “qualità” democratica del sistema di governo vigente in quel determinato Paese votante. Questo fatto ha dato adito fino ad ora al fatto che “cartelli” di piccoli Paesi, spesso non democratici, potessero imporre una volontà non condivisa. Prima dell’adesione all’Onu si potrebbe, invece, adottare un percorso obbligatorio verso la democratizzazione del sistema governativo e una votazione ponderata, come attualmente avviene nell’Unione Europea.
E’ da tenere in considerazione il fatto che nel corso degli ultimi quindici anni sono state avanzate numerose proposte per modificare il numero dei membri del Consiglio di Sicurezza, come la creazione dei membri non permanenti. Queste ipotesi sono fallite per la difficoltà di formulare dei criteri atti a configurare quali Paesi avrebbero dovuto far parte di questo nuovo gruppo. Per superare questo scoglio si potrebbe far approvare una riforma che lasci invariato il numero di dei cinque membri permanenti e che semplicemente limiti o impedisca il diritto di veto in settori particolarmente sensibili come crimini di guerra, crimini contro l’umanità, violazione dello Statuto dell’IAEA, il finanziamento e protezione dei terroristi.
Al fine di perseguire una democrazia sostanziale che garantisca una reale giustizia e pace nel mondo, che sia imperniata su rapporti fra nazioni più equi e solidali, mettendo da parte e sconfiggendo logiche di interessi singoli ed egoistici, occorrerà tempo e grandi sforzi, ma un futuro di pace e fratellanza è possibile.
Per centrare tale obiettivo è necessario riscoprire i nostri valori, quelli nei quali ci ritroviamo e sui quali basiamo la nostra vita. Nella nostra scala di valori dobbiamo necessariamente assegnare il primo posto alla sacralità della vita umana, su cui si basa inevitabilmente la libertà individuale. Dobbiamo essere risoluti nel salvaguardare, difendere e promuovere la scala dei valori che riteniamo intoccabili. Non solo, contro ogni relativismo, dobbiamo ritenere i diritti riconosciuti ad un essere umano, come universali, indipendentemente dalla propria nazionalità, religione, sesso e lingua.
Lo stato di degrado nel quale ci troviamo ci tocca da vicino, richiama necessariamente la nostra attenzione. Per decenni abbiamo lasciato le redini della politica, dell’economia, degli apparati governativi e di tutte le istituzioni rappresentative per ritrovarci in una sorta di bolla di sapone in cui era persino possibile compiacersi di una certa integrità. Tranne rare eccezioni, abbiamo abbandonato i posti di autorità e anche i mass media pensando, forse, che tutte queste cose non fossero degne della nostra considerazione. La realtà che oggi si presenta davanti ai nostri occhi è che stiamo assistendo al più grande fallimento della cosiddetta civiltà.
Partendo da questi presupposti, dovremmo imparare a riconoscerci l’uno bisognoso dell’altro, ognuno con la propria chiamata specifica che occorre considerare nella sua totalità. Ognuno deve battersi affinché nel proprio quotidiano il merito, l’attitudine al servizio e l’efficienza siano premiate e solo lavorando insieme agli altri, nel rispetto della chiamata individuale e di ciascun ruolo delineato, possiamo pensare di raggiungere obiettivi concreti.
Tutto questo sarebbe più facilmente realizzabile tramite l’istituzione di una “Unione delle Nazioni Democratiche”, che sia protagonista e responsabile della diffusione reale della cultura della democrazia sostanziale tramite l’alfabetizzazione e l’istruzione dei popoli bisognosi.

Dopo la conclusione della Seconda Guerra Mondiale l’assetto generale delle relazioni economiche era basato su scelte volte a favorire il libero scambio, il libero mercato. Gli Accordi di Bretton Woods del 1944 avevano come finalità la promozione della collaborazione monetaria internazionale e l’equilibrio della bilancia dei pagamenti con l’estero; a tal proposito furono istituiti il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Banca Internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo (BIRS).
La prima ha come obiettivo principale garantire la stabilità economica dei singoli paesi , a favore dei quali fornisce il proprio sostegno nell’ambito della pianificazione delle politiche economiche e finanziarie di sviluppo.
La seconda ha come scopo primario la concessione di mutui agli stati membri o ai privati, con garanzia prestata da uno Stato membro, per investimenti produttivi; ha come Istituti affilati l’Associazione internazionale per lo Sviluppo e la Società finanziaria internazionale.
Tali istituzioni furono proprio create per facilitare le scelte economiche di matrice neoliberista postbelliche.
Ciò che invece molti paesi sperano e propongono già da qualche anno è un Nuovo Ordine Economico Internazionale (NOEI) che consenta di superare gli squilibri tra paesi ricchi e paesi poveri attraverso una reale programmazione dell’economia ispirata ad esigenze di cooperazione e solidarietà internazionale, fondandosi su determinati principi, quali la sovranità permanente degli Stati sulle proprie risorse naturali, la protezione dell’ambiente e l’autodeterminazione dei popoli.
Il crescente divario tra Paesi ricchi e Paesi poveri, laddove una parte assai minoritaria della popolazione mondiale consuma la quasi totalità delle risorse, fa si che le diseguaglianze economiche e sociali vadano sempre più aumentando.
E’ assolutamente da risolvere la problematica riguardante tali principi , in quanto la loro enunciazione, avvenuta tramite risoluzioni dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, non è vincolante per nessun Paese. Le Nazioni devono ricordarsi che le risorse sono al servizio dell’uomo e della sua dignità, non viceversa. Il capitalismo selvaggio, frutto del liberismo economico, è ormai arrivato al “capolinea”. Gli ultimi due anni ci offrono chiari e semplici strumenti di lettura che confermano ciò: banche fallite, chiusure di stabilimenti produttivi, disoccupazione, perdita dei risparmi di una vita.
Il fronte energetico è da prendere immediatamente in considerazione. Bisogna essere consapevoli che, quasi sempre, dietro al petrolio e al carbone che utilizziamo quotidianamente ci sono tante sofferenze, ingiustizie e malvagità. E’ obbligatorio cambiare le nostre fonti energetiche, focalizzando la nostra attenzione sia sulle fonti rinnovabili come le energie eolica e idrica sia sull’energia nucleare.

La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo nel suo primo articolo enuncia tale principio “ Tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.” Qui possiamo trovare il sentimento che deve animarci nell’operare a favore dei popoli bisognosi, cooperando alla costruzione di un mondo solidale e democratico, un mondo che offra a tutte le persone il libero accesso alle stesse condizioni di vita , superando il limite geografico, linguistico e religioso.
Innanzitutto la collaborazione allo sviluppo dovrebbe essere orientata all’affermazione dei valori fondamentali, interrogando i paesi più bisognosi anche su temi quali la pena di morte, il diritto di famiglia, la libertà di espressione, la tutela delle minoranze religiose ed etniche, quindi ribadire la necessità di definire in modo stabile il rispetto della dignità e della libertà delle persone. Di fondamentale importanza è introdurre nella nostra scala di valori il principio del rispetto delle risorse del mondo nel quale viviamo. Trovare forme di riconoscimento a livello internazionale per entrambi questi principi fondamentali, cioè quello del rispetto della persona e quello del rispetto delle risorse, significa costruire veramente un mondo migliore, un nuovo modo di essere e di rapportarsi verso noi stessi e verso il tutto che ci circonda, uno stile di vita che porterà benefici sociali, economici e culturali per tutti.
Il passo successivo sarà la concreta attuazione di questi principi attraverso un processo graduale e condiviso tra gli stati del mondo, ciò segnerà anche la base di nuovi rapporti di solidarietà e di cooperazione tra gli stessi.
Economicamente parlando sarà di fondamentale importanza un sistema che analizzi, individui e gestisca un processo di razionalizzazione delle risorse esistenti e le distribuisca equamente. E’ stato scientificamente provato e condiviso, apparentemente da tutti gli addetti ai lavori, che le risorse alimentari che abbiamo a disposizione sono sufficienti per sfamare tutti gli abitanti della terra. Si potrebbe affidare tale compito ad Organizzazioni non governative che garantiscano una lunga permanenza nei territori del terzo mondo così da avviare e seguire i vari progetti fino a quando non sia garantito il loro funzionamento ed il loro proseguimento da parte degli abitanti del luogo. Imponenti risorse potrebbero essere investite per lo sviluppo di relazioni di pace tra i popoli attraverso iniziative educative, formative, di incontro, di condivisione e di amicizia; soprattutto potrebbero essere avviati progetti agricoli, industriali, sociali e sanitari. In particolare potrebbero essere sviluppati progetti di microcredito per l’imprenditorialità valorizzando il ruolo della donna, di aiuto e sostegno ai bambini, alle donne incinte, alle persone anziane, si potrebbe incentivare l’informazione e la prevenzione, la cultura, la storia e l’arte, l’ordine e la sicurezza; tutto questo prendendo in seria considerazione il coinvolgimento di ognuno di noi in prima persona, perché è oltremodo necessario che la conquista del rispetto e l’osservanza dei diritti sia voluta e ricercata non solo dai governi o dalle organizzazioni intergovernative ma anche attraverso la mobilitazione dei singoli, delle associazioni o organizzazioni non governative. E’ importante che ognuno di noi sia soggetto attivo, che non aspetti che siano gli altri a decidere ma che si impegni nell’etica della responsabilità, basata su valori che traduce in azioni sociali e politiche.
Il nostro Movimento potrebbe, per realizzare ciò, impegnarsi a:
- istituire corsi di formazione per volontari che si impegnino in progetti di cooperazione all’estero;
- promuovere la formazione di educatori, economisti e amministratori capaci di agire in contesti difficili;
- sviluppare piani di studio anche on line per persone residenti all’estero su temi quali la salute, l’ambiente, l’agricoltura, l’igiene, la nutrizione, l’educazione civica;
- promuovere il riconoscimento del ruolo centrale delle donne coinvolgendole a tutti i livelli in progetti di sviluppo;
- diffondere l’utilizzo dei media come mezzo di alfabetizzazione e di formazione alla democrazia;
- promuovere la collaborazione con le Università, le Cattedre Unesco e le Ong che operano già in contesti problematici;
- istituire borse di studio per l’accesso alla scuola superiore di studenti residenti in paesi in via di sviluppo.
Il diritto all’educazione va quindi considerato come migliore strumento di lotta contro tutte le discriminazioni sociali di cui sono vittime soprattutto le donne e i bambini, come mezzo di riduzione della povertà e, grazie all’acquisizione di competenze, come prospettiva di sviluppo.
Tutto questo è possibile recuperando e reindirizzando i finanziamenti che fino ad oggi sono stati sprecati per aumentare gli arsenali militari degli stati ed evitando gli sprechi che esistono in modo sostanzioso e rilevante nelle Istituzioni internazionali, a causa del loro costoso sistema burocratico.
La lotta al terrorismo è uno dei temi più scottanti sui quali siamo chiamati ad interrogarci quotidianamente. Quella al terrorismo è una lotta non facile, per il suo carattere assolutamente differente da qualsiasi altra guerra o conflitto internazionale; la guerra al terrorismo colpisce molti stati, molte persone, influenza la loro condotta, li rende più insicuri; il nemico si nasconde ed è privo di struttura gerarchica, infatti le varie cellule terroristiche sono autonome tra di loro; il nemico può colpire ovunque, considerando teatro di battaglia ogni stato occidentale o infedele. La collaborazione internazionale volta alla repressione del terrorismo è piuttosto recente. Di portata generale possiamo ricordare la Convenzione europea sulla repressione del terrorismo del 1976, incentrata sul principio dell’aut dedere aut iudicare; recentemente è stato adottato uno Statement al vertice di Tokio del 1986 tra i maggiori paesi industrializzati dove, per la prima volta, gli atti di terrorismo sembrano elevati al rango di crimini internazionali.
L’ordine internazionale necessita assolutamente di nuovi mezzi per contrastare il terrorismo, infatti, tutti gli strumenti a disposizione fino ad ora, come i trattati e le risoluzioni, non sono efficaci come dovrebbero, perché non vi prendono parte tutti gli stati, non è prevista l’attuazione coercitiva degli impegni assunti, non vietano espressamente di qualificare gli atti terroristici come reati politici e quindi sottratti all’obbligo di estradizione, infine, non impongono agli stati contraenti l’obbligo di ricercare le persone sospettate di aver commesso atti terroristici.
E’ di fondamentale importanza, nel lungo periodo, perseguire la pace positiva. Occorre quindi identificare e eliminare alcune delle cause profonde del fenomeno terroristico, quali la mancata soluzione politica di alcuni problemi che da decenni affliggono la comunità internazionale, il sottosviluppo, l’assenza di cooperazione tra paesi ricchi e paesi poveri. Tutto questo possiamo ottenerlo ancora una volta valorizzando il ruolo dell’istruzione, nostra e di tutti gli abitanti di quelle zone dilaniate dal dilagare del terrorismo.
Per quanto riguarda il terrorismo islamico, bisogna far capire che: le prime vittime sono proprio gli stessi musulmani, per essere fedeli non bisogna essere terroristi, è necessario cancellare ogni forma di fondamentalismo religioso che relega la donna alla funzione di mero oggetto, le mutilazioni genitali femminili non hanno basi religiose, denunciare il male presente nel proprio paese è una forma di critica costruttiva nell’interesse di tutti, il cambio della propria religione non deve essere motivo di condanna.
Annosa è la questione che vede in lotta Israele e Palestina. Ripetuti sono stati i tentativi di mediazione e conciliazione ma purtroppo non si è arrivati ancora ad un accordo definitivo e pacifico.
Per chi vive al di fuori dello Stato di Israele non è facile capire tutte le problematiche interne a quella Nazione ma certamente abbiamo il dovere e la responsabilità di sostenere a pieno raggio la sua legittimità ad esistere. Non possiamo accettare che alcune Nazioni non riconoscano il diritto all’esistenza dello Stato di Israele.
Bisogna raggiungere il riconoscimento diplomatico e pacifico dello Stato di Israele da parte di tutti gli Stati arabi della Regione e da parte della Comunità internazionale.
Il successo del processo di pace dipende in gran parte anche dalla partecipazione ad esso delle popolazioni locali. Il resto del mondo deve aiutare gli israeliani e i palestinesi a raggiungere un’intesa, sperando che i Paesi arabi limitrofi assumano posizioni più coraggiose e coerenti.
La proliferazione delle armi di distruzione di massa , sia atomiche che chimiche e batteriologiche, ormai ad appannaggio di Stati quali Pakistan, Corea del Nord e Iran, mette a repentaglio il nostro futuro e la sopravvivenza dell’umanità ( E’ stato calcolato che se tutte le armi nucleari che ci sono oggi a disposizione esplodessero simultaneamente si formerebbe una gigantesca nube radioattiva che coinvolgerebbe l’intero pianeta, distruggendo ogni forma di vita.
La corsa al nucleare di diversi paesi, i cui governi sono intenti a conservare il proprio potere con ogni mezzo e a sostenere finanziariamente e logisticamente gruppi terroristici, è davvero motivo di allarme per tutti noi. Bisogna, quindi, provvedere ad un disarmo nucleare, chimico e batteriologico totale, creando un clima disteso tra i vari Paesi che favorirebbe una maggiore collaborazione a livello internazionale invece di ingabbiarla tra la paura dell’altro e il rischio continuo di una guerra epocale.

Io Amo l’Italia – Centro di formazione etica della cultura politica


www.ioamolalucania.it - www.ioamolalucania.com
11/02/2010 00:27




Se vuoi aderire al nostro movimento, clicca qui sopra per visualizzare il modulo.

Puoi stamparlo e rinviarcelo via fax o email

 


 


Puoi effettuare una donazione al partito, come "elargizione volontaria", cliccando qui sopra.

 

 


Presentazione lista "IO AMO LA LUCANIA"


L'immagine
Galleria Fotografica della Campagna elettorale per Magdi Cristiano Presidente della Regione Basilicata

ascolta la conferenza stampa in streaming

clicca per vedere la galleria foto


Magdi Cristiano a "Porta a Porta"

Non sono nè del UDC e nè del PdL, in Basilicata sarò con una mia lista indipendente.




Sondaggio
Vota Magdi Cristiano nel sondaggio de "La Gazzetta del Mezzogiorno"
10/02/2010 17:33


Servizio dal TGR RAI Basilicata sulla conferenza stampa di Alfonso Ernesto Navazio


L'immagine
(03\03\2010 Giuseppe Fontana)Da La Russa con amore

Comunicazioni ai Protagonisti
IMPORTANTE! CAMBIO E-MAIL IO AMO L'ITALIA

Cari amici, vi prego di prendere nota che a partire da oggi gli unici indirizzi e-mail validi per le comunicazioni con me e con la segreteria sono i seguenti: segreteria@magdiallam.it oppure  segreteria@ioamolitalia.it Vi ringrazio e vi auguro un mondo di bene. Magdi Cristiano
Leggi tutto


Diventa Fan su Facebook

Login utente